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Il Giappone ha fatto Bingo. Per ora

La Borsa di Tokio è alle stelle, con la chiusura di stamattina che ha fatto segnare il massimo dal gennaio 2008 e il dollaro Usa è salito oltre quota 100 nel cambio contro lo yen.

In termini finanziari (sottolineato: finanziari) sono risultati notevoli, che sembrerebbero confermare l’efficacia delle politiche adottate dal governo del neo premier Shinzo Abe. Il quale, rieletto nel dicembre scorso e forte della nettissima affermazione del suo Liberal Democratic Party che nelle elezioni anticipate ha conquistato ben 294 seggi su un totale di 480, si è gettato a capofitto in una politica drasticamente espansiva, che è stata subito battezzata Abenomics e che si condensa in una formula stringata e perentoria: crescita con ogni mezzo. Ovvero, in una versione un po’ più ampia e articolata che fornisce egli stesso e che è tratta da un articolo-intervista di Arianna Huffington (qui), un approccio «delle tre frecce: alleggerimento quantitativo, investimenti pubblici e riforme strutturali. Iniziative che se prese separatamente potrebbero avere effetti negativi, ma che invece se prese di concerto e contemporaneamente sono, secondo Abe, invincibili».

Un approccio che si potrebbe definire “super keynesiano” e che, in pratica, mira a imprimere una serie di sferzate a un’economia, come quella nipponica, che da tempo è affetta da una grave e persistente tendenza alla deflazione. Paul Krugman, ad esempio, scrisse nell’agosto del 2010 che quello appena concluso era un «decennio perduto», chiarendo che «il Giappone si trova in questa situazione perché la sua tradizionale politica monetaria ha perso mordente e la Banca del Giappone non è disposta a essere più temeraria». Eppure, proseguiva l’economista, «la base monetaria in Giappone [ha avuto] un cospicuo aumento dal 1999 al 2003. Questo è il risultato di una politica di allentamento quantitativo, tentativo al quale il Giappone ha fatto ricorso per porre fine alla deflazione riempiendo le banche di riserve nella speranza che i soldi sarebbero andati a finire da qualche parte. Così non è stato».

Parole che prefigurano, appunto, quell’intervento a tutto campo che è stato deciso da Abe, imponendolo alla propria banca centrale (anche grazie al fatto che in marzo ha sostituito il precedente governatore, Masaaki Shirakawa, con l’assai più aggressivo Haruhiko Kuroda).

Tutto bene, quindi? Probabilmente no. E comunque è decisamente troppo presto, per dirlo. Che in questo momento ci sia un rilancio generale è palese, ma come accennavamo in apertura ci troviamo nell’ambito di dinamiche prettamente finanziarie. Le cui ripercussioni positive sull’economica complessiva non sono per nulla sicure, in termini strutturali.

Inoltre, vedi quanto sottolinea proprio oggi un articolo del Sole 24 Ore (qui), si sono innescati degli strambi andirivieni di capitali con l’Occidente: «mentre i giapponesi spostano denaro oltreconfine [acquistando ampie quantità di bond esteri], gli investitori americani ed europei comprano azioni nipponiche a man bassa». D’altronde, è uno degli effetti collaterali di questa fase di politiche espansive, o addirittura non convenzionali, che abbassano/azzerano il tasso praticato dalle banche centrali. E che, quindi, immettono sui mercati enormi quantità di denaro, o pseudo tale, che da qualche parte devono andare a finire, alla ricerca di profitti anche solo di breve o brevissimo periodo.

La giostra ha ripreso a girare, e continua a prendere velocità. Gli speculatori sorridono. Gli spettatori (i cittadini) per lo più non capiscono. E, imbeccati dai media, rischiano di cedere alla tentazione di gioire anche loro.

(fz)

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