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Riapriamo le case chiuse

Dai tempi dell’antica Grecia, in cui la prostituzione riguardava sia gli uomini che le donne – tra loro spiccavano le “etère”, cortigiane colte, raffinate e libere – fino al vilipeso Medioevo, il meretricio era un costume diffuso e, sebbene con delle limitazioni, tollerato. 

Nel 1860, sotto il governo Cavour, al fine di contenere, soprattutto tra i soldati, il diffondersi della sifilide, venne introdotto un vero e proprio regolamento, dapprima in Lombardia e poco dopo in tutte le province annesse al Regno, sulle cosiddette “case di tolleranza”; furono così concertate tariffe apposite sia per le case di lusso che per quelle popolari, vennero istituiti degli appositi Uffici sanitari in cui le prostitute avevano l’obbligo di presentarsi per il controllo medico ogni due settimane e furono imposte delle tasse sui vari tenutari dei postriboli per usufruire della licenza. 

Solo nel 1948 giunse la famigerata Merlin che, facendo leva sull’adesione dell’Italia all’ONU – nella “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo” rientrava anche il rifiuto del lenocinio – dopo una decina di anni di pareri favorevoli e contrari, riuscì a fare entrare in vigore la sua proposta di legge e a spazzare via il mestiere più antico del mondo; formalmente, però, perché in sostanza, com’è noto a tutti, le prostitute dai bordelli si trasferirono sui marciapiedi, lungo i viali bui e isolati delle nostre città – dove permangono tutt’ora – sorvegliate dai loro protettori, divenuti con il tempo persecutori spietati, veri e propri trafficanti di schiave che lasciano queste donne – molte delle quali attirate dall’Est con l’inganno – in pasto a balordi individui, che non di rado le sottopongono alle peggiori offese, fisiche e morali.  

Nei giorni scorsi, Alessandro Bonet, sindaco di Godega Sant’Urbano (Treviso) ha formalmente chiesto a Delrio, il Ministro per gli Affari Regionali e delle autonomie, il permesso di riaprire nel proprio Comune le “case d’appuntamento”, in modo da strappare le prostitute dalla strada e dalla malavita.

È un’ottima proposta, questa, e non importa se le mire del suddetto sindaco, più che alla tutela delle peripatetiche sono rivolte alla loro tassazione, perché la cosa rilevante è unicamente quella di legalizzare una volta per tutte la prostituzione, che da che mondo è mondo è sempre esistita e sempre esisterà.

Se lo Stato non può garantire l’orgoglio – che è una questione squisitamente privata, non pubblica – può per lo meno restituire la dignità a tutte quelle donne che, finalmente lontane dalle grinfie di ignobili sfruttatori, potranno scegliere liberamente se continuare a esercitare il mestiere, per vocazione o per facile guadagno, o se non esercitarlo affatto. 

Occorre interrompere l’infinita ipocrisia che, da una parte considera “le case di tolleranza” come luoghi di perdizione, adatti esclusivamente a fomentare una certa lascivia morale, mentre dall’altra, di fatto, “tollera” un inaudito servaggio (spesso anche di minorenni) sotto gli occhi di tutti, inclusi quelli dei governanti per bene e delle concilianti Forze dell’Ordine.

Checché se ne dica, le meretrici, da che Italia è Italia, hanno sempre avuto un’insostituibile funzione sociale e persino romantica: oltre a esaudire le naturali brame umane, è nelle loro braccia accoglienti che, per antica consuetudine, un ragazzo può scampare, quasi fosse una vergogna, dalla propria verginità, un altro svezzarsi dalla propria goffaggine, mentre un uomo qualsiasi può ancora trovare rifugio dalle sue tante solitudini, domestiche o esistenziali.

Fiorenza Licitra

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