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PROF. NAPOLITANO, GLI SCOLARETTI FANNO BARUFFA

Vabbè: si litiga pure all’oratorio, e nelle sagrestie, e magari nei conclavi. Figurarsi, quindi, se non si può litigare nell’abbazia di Sarteano, e per di più tra un gruppetto di ospiti del tutto momentanei. Che lì, del resto, non avrebbero mai dovuto arrivarci: essendo le motivazioni addotte – quelle di «conoscerci meglio», tra i membri del neonato governo Letta – schiettamente risibili. E perciò, nel loro piccolo, anche un tantino inquietanti.

A essere ridicola, infatti, è l’idea stessa che ci sia bisogno di passare uno o due giorni insieme, come studentelli che devono fare  amicizia per forza perché così vuole il preside, per lavorare nel medesimo esecutivo. Il quale, c’è da supporre, dovrebbe poggiare su premesse ben più solide, e ragionate, e stabili, delle simpatie o antipatie individuali.

Certo: quella che si è aggregata su input di Napolitano è un’accozzaglia quanto mai eterogenea, la cui unica ragion d’essere, peraltro poderosa e pressoché inderogabile, è l’obbedienza alla Troika. Ossia ai potentati finanziari internazionali che hanno nelle banche e affini il loro asse portante. Allo stesso tempo, quindi, ci troviamo di fronte a persone che si odiano cordialmente, nella guerra per la conquista del potere, ma che sono costrette a collaborare a causa di interessi superiori.

La dinamica, coi dovuti aggiornamenti più o meno di facciata, è la stessa che si va svolgendo dal novembre 2011 in poi, con l’imposizione di Mario Monti alla presidenza del Consiglio. Una dinamica che su queste pagine abbiamo indicato fin dall’inizio e ribadito di continuo. Un quadro neo feudale in cui i dissidi sui singoli territori sono ammessi, o tollerati, solo a condizione di non interferire con i piani dell’imperatore.

Il vassallo Berlusconi, e la fitta corte che gli si muove intorno, sono di sicuro una presenza ingombrante e sgradita, rispetto al desiderio di accreditare la classe dirigente come un’élite, sia pure non scopertamente elitaria ma fintamente alla mano, di individui competenti, morigerati e addirittura sensibili alle difficoltà della cittadinanza.

Tuttavia, egli e il suo ampio codazzo sono funzionali a un altro scopo: allontanare l’attenzione, e quindi i termini dello scontro politico, dai temi davvero cruciali del modello economico, in modo da convogliare i dissidi nel bacino artificiale della contrapposizione tra berlusconiani e anti berlusconiani.

Le tensioni che sono emerse pubblicamente nelle ultime ore, a partire dal fatto che il vice premier Alfano e altri ministri del centrodestra hanno partecipato alla manifestazione di Brescia organizzata dal PdL a sostegno del proprio leader, rientrano in questo schema. Di qua le liti a go-go sulle questioni secondarie, benché gonfiate ad arte per farle apparire decisive: vedi Letta che minaccia le dimissioni se i suddetti Alfano & C. interverranno di nuovo a iniziative di partito così schierate, poiché «le ricadute negative sul governo sono superiori alle capacità di tenuta dell’esecutivo». Di di là la convergenza strategica su quelle essenziali, che riguardano appunto le politiche economiche. Uno schema di cui, forse, non tutti i diretti interessati sono consapevoli appieno, ma che ai più alti livelli è non soltanto chiaro ma perseguito con la massima lucidità. Con la massima premeditazione, si potrebbe dire.

A cominciare, ovvio, dal “preside” di questa scolaresca alquanto mediocre e parecchio litigiosetta, che si ritrova obbligata a studiare insieme per non essere bocciata anzitempo. Pazienza, se di tanto si prendono o si prenderanno a male parole, o se saranno lì lì per venire alle mani.

Il Preside li sorveglia. Pronto, prontissimo, a rimbrottarli come si conviene. Come conviene ai proprietari, soprattutto esteri, di questo scalcagnato ITG, Istituto Tecnico Globalizzato, che sta diventando l’Italia.    

Federico Zamboni

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