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Turchia. Erdogan sempre più in crisi

Mentre tutti i principali attori esteri della crisi siriana, da Kerry a Cameron, passando per Netanyahu, volano in Russia per aderire alla linea della conferenza internazionale di pace, Erdogan va da Obama a lamentarsi del “voltafaccia” statunitense, che lo sta mettendo in seria crisi sul fronte interno.

Dopo essere stato uno dei più brillanti protagonisti sulla scena dei rapporti esteri, al punto di far credere che fosse sul punto di restituire al proprio Paese un ruolo egemone nello scacchiere mediorientale, dopo dieci anni di governo il leader turco sta entrando in crisi proprio per aver fatto della politica estera il suo punto forte.

La crisi siriana che sembrava poter essere il punto di svolta per la realizzazione dei suoi piani gli si sta ritorcendo contro: la cronicizzazione del conflitto, che non è riuscito a diventare scontro internazionale aperto, alla lunga sta portando il popolo turco all’esasperazione. La causa principale dell’inquietudine popolare risiede soprattutto nel continuo flusso di profughi e nel conseguente proliferare di campi di accoglienza, che troppo spesso sono solo il paravento per le basi operative dei ribelli in pieno territorio turco.

Il sostanziale fallimento della politica aggressiva comincia ad imbarazzare il premier, che si sente anche tradito dall’alleato di oltreoceano, ormai sul punto di abbandonare la linea dura per quella negoziale, che sarebbe un disastro per il governo di Ankara. Egli è quindi volato negli USA per esprimere il suo malcontento e chiedere ad Obama un intervento più deciso contro Damasco e una zona di interdizione al volo per proteggere i civili, anche se forse è meglio dire gli insorti.

Insomma, Erdogan chiede tutto quello che la comunità internazionale in sede ONU ha fino ad ora negato e si spinge a dire che il ritorno all’ipotesi di un governo di transizione in Siria, alla base dell’accordi di Ginevra dello scorso luglio, è una perdita di tempo. Dichiarazioni che dimostrano quanto il premier turco sia rimasto spiazzato dalle recenti evoluzioni diplomatiche, il che dà forza alle accuse, che gli vengono mosse dal regime siriano, di stare fabbricando prove false per far fallire l’iniziativa diplomatica di Russia e Stati Uniti per una conferenza di pace a giugno, e purtroppo per Erdogan i primi a credere a ciò sono proprio i suoi turchi.

La sola speranza per lui è che gli Stati Uniti stiano giocando su più­ tavoli, com’è probabile, e che quello vincente torni ad essere quello dell’intervento armato. Se il premier turco si è ritrovato a giocare solo su quel tavolo è in parte per la strategia seguita a lungo dagli USA, ma anche, se non soprattutto, per ambizione sua.

(fm)

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