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BASTA IMU. SI TORNI A PARLARE DELLE GRANDI RICCHEZZE

Niente da fare: il rinvio dell’Imu sui capannoni non ci sarà, almeno per ora. Il governo si è fatto i suoi conti e ha concluso (ma va?) che rinunciare a quel gettito è impossibile. Il costo dell’operazione è eccessivo, anche se la quantificazione è solo ufficiosa e le cifre ballano tra un minimo di 1,5 miliardi, secondo il ministro dello Sviluppo Zanonato, e un massimo di 7, secondo fonti imprecisate.

Ancora una volta, quindi, ci si trincera dietro lo stato di necessità, che tutto giustifica e tutti assolve. Accampando la comodissima scusa dell’emergenza, ci si appiattisce sulle quadrature contabili a breve o a brevissimo termine e si evita accuratamente di ragionare in termini più ampi. E più impegnativi, sia sul piano delle politiche economiche di medio e lungo periodo, sia su quello dei princìpi, anche etici, sui quali esse si dovrebbero basare.

L’Imu, perciò, viene a monopolizzare il dibattito, politico e mediatico, ed esclude a priori le riflessioni complessive sul prelievo tributario. Nel gran discutere, o cianciare, di sospensioni dell’imposta sulla prima casa, che parrebbe essere il primo passo verso un’abolizione definitiva, ma non c’è ancora da giurarci, si sono accantonati-cancellati-rimossi due altri temi di prioritaria importanza. Che guarda caso sono assai invisi al PdL e che, al di là delle etichette di partito e delle rispettive identità o pseudo tali, non piacciono alle oligarchie più agiate che si muovono trasversalmente, con particolare riguardo a quelle che le proprie fortune le hanno costruite o le alimentano coi proventi finanziari.

Primo tema: una tassazione straordinaria sui grandi patrimoni, per attuare a posteriori almeno un po’ di quella redistribuzione della ricchezza che non si è realizzata in precedenza. E che è stata impedita tanto dai vizi legalizzati, tra cui rientrano i condoni più o meno tombali e lo scandaloso trattamento di favore assicurato ai capitali trasferiti illegalmente all’estero e fatti rientrare usufruendo del cosiddetto scudo fiscale, quanto dagli omessi interventi contro le condotte illegali o per lo meno elusive.

Secondo tema: un massiccio innalzamento dell’aliquota applicata ai redditi da capitale, che oggi è del 20 per cento, e che continua a essere spaventosamente (e assurdamente, in una società non asservita ai potentati finanziari) inferiore a quelle sui proventi da lavoro dipendente o da impresa.

Questioni che rimandano a un’altra gravissima distorsione, di carattere generale. Il venir meno della fondamentale e irrinunciabile differenza tra attività di governo ed elaborazione politica: la prima ha qualche diritto di invocare l’emergenza come vincolo al proprio operato, dovendo agire in gran parte nel “qui e ora”, ma la seconda ha sempre e comunque l’obbligo di guardare al di là della realtà odierna per immaginare/prospettare degli scenari alternativi. Un discorso, quest’ultimo, che riguarda innanzitutto i partiti e i sindacati. Nonché, in un ambito collaterale ma di grande rilievo, i media e ogni altro soggetto che elabori analisi e proposte sull’organizzazione sociale ed economica.

L’Imu, ripetiamolo, è un gigantesco paravento dietro il quale nascondere tutto ciò che non si intende affrontare, in materia fiscale. Accanto alle tante altre tare, infatti, il governo delle larghe intese ha pure questa: nascendo precario (ma vedremo poi quanto, all’atto pratico) si tiene alla larga dalle visioni di più ampio respiro. Come se invece, perpetuando quelle già affermate, non si stesse comunque attuando un disegno strategico che è non solo durevole ma sommamente invasivo. E dannoso.   

 

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