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Siria. Obama dà un contentino a Erdogan

Il via vai diplomatico in Russia, alla ricerca di una soluzione negoziale per la Siria, deve aver preoccupato parecchio Erdogan, che aveva investito tutto sull’opzione militare, al punto che è corso negli Stati Uniti a farsi rassicurare da Obama.

Missione compiuta, almeno in apparenza: il Nobel per la Pace, infatti, ha dichiarato «Non c‘è una formula magica per risolvere la situazione in Siria. Le strade sono aperte: quella diplomatica e quella militare», a conferma che gli USA giocano su due tavoli ed hanno bisogno del premier turco per gestire quello dell’intervento. In realtà è solo un contentino, che lega Ankara ancora di più ai giochi decisi a Washington: se interverremo combatterete per noi, ma se vincerà la soluzione diplomatica vi abbandoneremo, almeno nell’immediato.

Nel medio-lungo periodo potrebbe rivelarsi opportuna un ricalibratura delle attitudini turche: Ankara potrebbe tornare utile, ed avere il suo tornaconto, anche nel caso di una transazione negoziale di regime, che sarà molto complessa. Erdogan, che pur temporaneamente spiazzato è uno statista di alto livello, sembra intenzionato a cogliere l’occasione e così ha risposto ad Obama che «La Siria non deve diventare una regione controllata da gruppi terroristi. L’uso di armi chimiche va prevenuto e la sicurezza delle minoranze deve essere preservata».

Non più un appoggio indiscriminato, quindi, alla ribellione, sempre più infiltrata da gruppi terroristici incontrollabili, e invece la presa di coscienza che certe minoranze, vedi i cristiani, si sono trovate costrette ad appoggiare Assad e devono essere tutelate se si vuole l’appoggio della comunità internazionale. Anche il riferimento all’uso di armi chimiche, non essendo imputato al regime, nasconde una svolta, essendo stato condannato indipendentemente da chi l’abbia effettuato: un intervento umanitario potrebbe perciò essere dettato anche per controllare i ribelli, non solo il regime, e poi una volta lì sarebbe difficile scacciare le truppe straniere.

Un riposizionamento scaltro, che sarebbe più digeribile dall’opinione pubblica e aprirebbe un nuovo fronte di propaganda, dopo che proprio i ribelli hanno fatto naufragare il primo. L’islamizzazione della rivolta è stato il momento in cui si sono risollevate le fortune di Assad: le azioni di quelle frange, che sono arrivate fino al probabile impiego del gas, hanno finito per superare in orrore quelle del regime, facendo vacillare i pregiudizi, non ingiustificati, contro Assad.

Il gioco dei civili indifesi bombardati o degli eroici resistenti non è più sostenibile dopo le accuse di uso di gas e atrocità varie. Ancora non si sono spente le polemiche sul cuore strappato dal petto del lealista per essere mangiato, che va online l’impressionante filmato (qui) dell’esecuzione di 11 soldati di Assad: impossibile a questo punto poter continuare a sostenere la rivolta senza se e senza ma, anzi questa sta diventando più pericolosa del tiranno.

Anche questo deve aver spinto Washington ad un mutamento di rotta, che è arrivato al punto di riconoscere la necessità di dover collaborare con Mosca e rassegnarsi alla conferenza internazionale di pace, salvo magari intervenire per controllare le derive islamiste di quei terroristi finanziati fino al giorno prima. Quello che è sicuro è che Assad non potrà restare in sella, e lo sa bene anche lui, ma sono cambiati i toni, difatti USA e Turchia hanno concordato che bisogna «Aumentare la pressione sul regime siriano e spingere Assad ad andar via». L’obiettivo non è più, quindi, l’abbattimento del tiranno tout court, ma si prospetta una sorta di soluzione yemenita che permetta ad Assad di uscire di scena in maniera incruenta e finanche dignitosa per lui.

Per ottenere ciò c’è bisogno della Russia e di agire per via diplomatica, poi si aprirà la complessa fase di gestione della transizione, che potrebbe vedere qualche capovolgimento di alleanze, visto che tutti gli attori in scena giocano per i loro interessi. Di quelli dei siriani importa ben poco ai governi di Washington, Mosca, Ankara, Riad, e pure a quello di Damasco.

Ferdinando Menconi

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