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Ma quanto è “ingenuo”, il cardinale Bagnasco

Di nuovo? Sì, di nuovo. Il cardinale Angelo Bagnasco, che dal 2007 è subentrato a Camillo Ruini alla guida della Cei, la Conferenza episcopale italiana, torna a parlare di politica interna e anche stavolta lo fa nel modo peggiore. Ammantando di nobili princìpi, o di chiacchiere altisonanti, il proprio sostegno al governo in carica. Un vero e proprio pasticcio, in totale dispregio della realtà e della stessa logica, che nella sua pochezza appare forse più imbarazzante che subdolo.

Nella sua prolusione alla 65esima assemblea dei vescovi italiani, infatti, Bagnasco scodella questo curioso ragionamento: «Pensare alla gente: questa è l’unica cosa seria. Pensarci con grandissimo senso di responsabilità, senza populismi inconcludenti e dannosi, mettendo sul tavolo ognuno le migliori risorse di intelletto, di competenza e di cuore. Allora insieme è possibile. Non bisogna perdere l’opportunità, né disperdere il duro cammino fatto dagli italiani. L’ora è talmente urgente che qualunque intoppo o impuntatura, da qualunque parte provenga, resteranno scritti nella storia».

Sintetizzando, a sentir lui il bene della gente è legato a una collaborazione generale che accantoni i «populismi inconcludenti e dannosi» e alla quale, trattandosi di un obiettivo della massima urgenza, bisogna dedicarsi evitando scrupolosamente «qualunque intoppo o impuntatura».

Un sillogismo totalmente sballato, visto che poggia sul più falso e risibile dei  presupposti: quello che i partiti oggi al governo perseguano gli interessi della popolazione, anziché i propri e quelli dei potentati economici ai quali sono legati. Essendo errata la premessa, il richiamo all’unità nazionale diventa una pura mistificazione, dal momento che gli scopi delle diverse fazioni in gioco sono non soltanto contrapposti ma antitetici. E altrettanto fuorviante è il dare per scontato che, opponendosi a quella cooperazione artificiosa e ipocrita, si sprofondi nel populismo. Ovvero, secondo l’accezione imprecisa ma ormai consolidata, nella demagogia.

Chi scivola nella retorica, al contrario, è proprio lui. Una retorica che oltretutto si intreccia alla più smaccata ignoranza, effettiva o simulata che sia. A proposito delle questioni cruciali – quelle del modello economico neoliberista e della speculazione finanziaria – Bagnasco non dice assolutamente nulla. L’anno scorso, se non altro, aveva fatto un accenno alle «nuove forme di servitù imposte dai vincoli internazionali, in primo luogo dalla mano lunga e cinica della finanza speculativa». Quest’anno, benché il tema sia più che mai d’attualità, niente di niente.

Una superficialità imperdonabile, quali che ne siano i motivi. O ci si astiene da qualunque riferimento ai problemi socioeconomici, e quindi politici, oppure si ha l’obbligo tassativo di informarsi a fondo sulle dinamiche in corso. E di tenerne conto. Le omelie infarcite di pie illusioni, e di appelli agli “uomini di buona volontà”, sono consentite sì e no ai preti dei paesini sperduti, dove i danni sono per forza di cose assai limitati.

Al cardinale Bagnasco no. Il suo ruolo di presidente della Cei ne fa un personaggio pubblico, le cui parole sono riprese-rilanciate-amplificate dai media. Una responsabilità precisa e inderogabile, che non lascia alcuno spazio alle approssimazioni e alle ingenuità. Sempre che di ingenuità si tratti.  

(fz)

 

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