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Amnesty International e la realtà del machete

Mancanza di tempismo, se non di senso della realtà. Amnesty International, la più seria delle organizzazioni del suo stesso genere, questa volta ha steccato: in occasione della presentazione del Rapporto sui diritti umani, ha denunciato che la mancanza d’azione a livello globale in favore di tali diritti sta rendendo il mondo sempre più pericoloso per rifugiati e migranti.

Nessuno vuole mettere in dubbio le statistiche utilizzate, ma ci sono colpi di piccone, a Milano, e di machete, a Londra, che fanno ritenere che il rischio non sia così concentrato sui migranti e i rifugiati, spesso senza titolo: la mancanza di azione ha creato piuttosto enclave quasi extraterritoriali in Occidente, come gli scontri di Stoccolma dimostrano e come le banlieues parigine in fiamme avevano anticipato.

Il problema di (e)migranti e rifugiati più o meno fasulli, è un problema serio che va affrontato senza i paraocchi dell’ideologia, specie se questa ha perso il contatto con la realtà, e a nulla servono le accuse di razzismo lanciate verso coloro che quel contatto preferiscono mantenerlo: i fatti se ne fregano delle etichette e non è con l’isteria del pregiudizio che si smacchia il sangue dalle strade di Londra e Milano.

Il vero senso del rapporto di Amnesty emerge dalle parole di Geneviève Garrigos, Presidente della sezione francese: «La comunità internazionale deve essere più responsabile. Che senso ha un concetto di sovranità che protegge i governi che violano i diritti umani, quando invece dovrebbe tutelare i diritti dei propri cittadini o delle persone che vivono in certi territori?». Siamo di fronte ad un attacco  al concetto di sovranità nazionale e non ad una difesa dei diritti umani, «che sono violati dai troppi governi in nome del controllo dell’immigrazione»: i diritti umani degli indigeni non interessano a chi pretende una globalizzazione che annulli ogni particolarità etnica. Paradossalmente l’unica nota positiva è la volontà di quei migranti che rifiutano l’integrazione e mantengono le loro tradizioni, anche se spesso sono incompatibili con quelle del paese di accoglienza e sfociano nella violenza, come in Scandinavia.

La debolezza statistica emerge quando Amnesty sostiene che in 80 Stati si sono svolti processi iniqui. Secondo noi sono molti di più. Vi andrebbero ricompresi anche quelli che finiscono in prescrizione, ad esempio, come pure certe scarcerazioni facili che finiscono nel sangue. Tuttavia Amnesty nota solo che «la maggior parte dei 214 milioni di migranti in tutto il mondo vede i loro diritti calpestati. È una vera e propria emergenza umanitaria alla quale la comunità internazionale è chiamata a formulare risposte più efficaci». Dei diritti degli indigeni non v’è traccia, ma è dai tempi dei nativi americani che questi sono tenuti in secondo piano da chi controlla il sistema. Questo per tacere dei “diritti umani”, sia di indigeni che di(e)migranti, sistematicamente cancellati da coloro che reggono le sorti del sistema bancario e finanziario internazionale. Di questi Amnesty non fa parola, essendo strumento di quei progetti che in nome dell’umanitarismo vogliono soggiogare l’umanità.

Non c’è dubbio che spesso i migranti fuggano da situazioni di diritti umani violati o di condizioni economiche precarie, per usare eufemismi, ma la lotta contro queste difficoltà non si conduce con una indiscriminata apertura delle frontiere, bensì tutelando i veri rifugiati politici e stravolgendo radicalmente il sistema economico globale. Che ha creato enormi sacche di povertà ed ora intende esportarle, usando anche i barconi della disperazione, presso quei popoli che poveri non erano e godevano dei diritti umani.

È una visione realista, non razzista. Anzi: lo sperare che vengano mantenute le peculiarità etniche e culturali che differenziano i popoli della terra ne è la negazione. Il vero razzismo è in quell’antirazzismo di omologazione che non rispetta i popoli, di negri o di visi pallidi poco conta, ma che vorrebbe vederli scomparire a vantaggio di un mercato indifferenziato della carne umana. Il tutto, naturalmente, nel rispetto dei “diritti umani”, ma non di quelli del lavoratore e della sua cultura.

Ferdinando Menconi

Iran. Libere elezioni pilotate

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