Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Condannati a cercare lavoro

«Il divario fra il tasso di occupazione dell'Italia e quello medio nella Ue27, già consistente prima della recessione del 2008, si é ulteriormente ampliato nel 2012 (56,8% contro 64,2%)», così recitava Il Sole 24 Ore di mercoledì scorso in un breve trafiletto destinato agli “esperti” di economia del nostro paese. Con questo pezzo, il monito del principale quotidiano economico d’Italia si va a sommare, almeno apparentemente, alle sempre più allarmanti voci dei nostri telegiornali impegnati ad aggiornarci sul continuo aumento dei disoccupati e di una situazione sempre più preoccupante, in particolar modo fra i giovani.

“Apparentemente”, perché in realtà esiste un’enorme differenza tra due indicatori che sembrerebbero riflettere la stessa situazione, ancorché da una diversa angolazione. Il tasso di occupazione calcola la percentuale di popolazione occupata, ma solo con riferimento a chi riceve un compenso monetario dalla prestazione delle proprie energie intellettuali e fisiche, rispetto a quanti potrebbero essere occupati, in genere la popolazione tra i 15 e i 64 anni. I disoccupati, invece, sono coloro che non avendo un’occupazione retribuita l’hanno attivamente ricercata nell’ultimo periodo, di solito nelle ultime tre settimane.

Detto in altre parole, il primo concetto, più caro a economisti e grandi aziende, esprime il grado di alienazione raggiunta da una popolazione – ovvero il numero di quanti devono “svendere”, e l’immensa opera di Marx è stata piuttosto chiara al riguardo, le proprie energie psico-fisiche in cambio del denaro necessario a comprare tutto ciò che si trova in vendita nei mercati – mentre il secondo esprime la tragedia di chi pur trovandosi costretto a partecipare al sistema produttivo, poiché nel mondo moderno in cui la quasi totalità della popolazione è urbanizzata non esistono alternative, si vede respingere l’unica cosa che può mettere in vendita, ovvero il proprio lavoro. E si sa che quando il tasso di disoccupazione è troppo basso i dirigenti delle aziende iniziano a mugugnare per il fatto che devono pagare maggiori salari ai propri dipendenti.

Il basso tasso di occupazione italiano dipende da vari fattori e non soltanto dal fatto che una gran parte degli aspiranti lavoratori si sia “scoraggiata”, ovvero che abbia smesso di cercare lavoro, anche se è con questa motivazione che gli economisti liquidano piuttosto frettolosamente il fenomeno. Esistono infatti anche altre ragioni, legate alla cultura e alle abitudini del popolo italiano. Ad esempio, le donne del Sud Italia, almeno fino a poco tempo fa, preferivano badare ai figli e alla propria famiglia che pagare la retta all’asilo nido, la badante, la donna delle pulizie e portare gli abiti in lavanderia.

Inoltre, in Italia esiste ancora una minoranza di persone che non è ancora dipendente tout court dal mercato. Si tratta di quelle famiglie che hanno la fortuna di possedere un piccolo terreno agricolo o di bosco cui potersi dedicare, più o meno a tempo pieno, per ottenere l’autosufficienza alimentare e magari un piccolo surplus agricolo da rivendere a parenti od amici, peraltro senza che ci sia quel requisito della sistematicità che ne sancirebbe l’ingresso nelle statistiche dell’occupazione nella veste di imprenditore agricolo. E non è un caso se l’Italia è fra i paesi d’Europa dove si trovano i più piccoli appezzamenti coltivabili e un paese dove le attività di caccia, pesca e raccolta di prodotti spontanei hanno mantenuto un valore, in parte rituale e in parte di vero e proprio sostentamento. Si tratta di un rimasuglio, di un antico retaggio di quella civiltà contadina che a macchie di leopardo si ritrova ancora nei luoghi più inaccessibili allo sviluppo moderno e al turismo di massa, come in qualche anonima vallata degli Appennini e poco più.

Ma è comunque un mondo destinato a scomparire – giusto il tempo che se ne vada l’ultima generazione – perché non reggerà l’urto con la modernità incalzante che ha una delle sue armi più efficaci nelle innumerevoli forme di pubblicità che hanno colonizzato la nostra vita (in Tv, alla radio, nei forum su internet, sui cellulari, su Facebook, al cinema, nelle riviste, per la strada e perfino nel “passaparola” con gli amici). Nel giro di qualche decennio la pubblicità, soprattutto grazie alla tv, vera e propria arma di distruzione del pensiero delle masse, ha completamente rovesciato i valori della nostra società, o almeno della parte più “civilizzata” di essa, rimodellandoli sagacemente in funzione delle logiche e degli interessi dei “padroni del vapore”. La pubblicità, infatti, rende infelici di ciò che si è e di ciò che si possiede creando nuovi bisogni, che per essere colmati necessitano di denaro proveniente dalla “vendita” di una parte del nostro tempo alle aziende che devono fabbricare gli stessi beni che noi intendiamo comprare.

Nessuna paura, egregi economisti del Sole 24 Ore. Giusto il tempo che se ne vadano gli ultimi rappresentanti della vecchia civiltà contadina e che le casalinghe del Meridione si emancipino un po’ di più, e avremo anche noi un tasso di occupazione in linea con i paesi Ue, anche se inferiore a quello della Germania (72,6%) o della Svizzera (quasi l’80%), perché la differenza, da noi, sarà colmata dall’esercito di disoccupati necessari a smorzare le pretese, sul piano delle retribuzioni e dei diritti, di chi il lavoro ce l’ha già.

Manuel Castelletti

DEFICIT: GRAZIE UE CHE CI HAI DETTO BRAVINI...

Medioevo trapassato