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My Bloody Valentine – 29 maggio 2013 – Rock in Roma, Orion (Ciampino)

Cosa succede quando si mescola lo zucchero sonico con la nitroglicerina?

Deve essere stata questa la domanda che ronzava nella testa del giovane irlandese Kevin Shields, classe 1963, nella prima metà degli anni Ottanta. E, come ogni piccolo, coraggioso chimico che si rispetti, non ebbe problema ad impugnare le provette musicali con le quali si baloccava da tempo e cominciare a sperimentare. Una goccina di pop-noise, due goccine di punk (seppur evaporante) e tre goccine di dark… il tutto mescolato per bene con estratti di rock classico e, magari, un filino più oscuro del necessario (la famosa boccetta prodotta nei laboratori Cramps, per capirci). Aspettato il tempo necessario affinché le varie molecole liquide si ibridassero per bene e, marsch!, decise che il nuovo ritrovato avrebbe raggiunto la migliore composizione possibile prendendo un po’ d’aria berlinese.

Un soggiorno nella capitale teutonica, nella capitale teutonica di quegl’anni s’intende, non era esattamente una semplice scampagnata tra crauti, würstel e geli invernali: chi si spingeva fin là, infatti, era il classico soggetto incapace di starsene seduto nella quiete della sala prove dietro casa, mentre in quel pezzo di mondo diviso si andavano manifestando, una dietro l’altra, tutte le novità musicali più eccitanti del momento. No, andare a Berlino, era cercare la propria strada, la propria vocazione a sette note, con il cuore puro di un vero pellegrino e le orecchie dritte, sempre attente, di chi sa di trovarsi nel posto giusto, al momento giusto.

Il problema, però, fu che non tutti i compagni di Kevin affrontarono questo viaggio con lo spirito del vero scienziato. O forse, più probabile, accadde che nei lunghi stradoni della città tedesca o nei locali delle prime esibizioni, Kevin si rendesse conto di dover aggiungere qualche nuova goccina al suo composto per portarlo ad un miglior grado di assestamento molecolare. Qualche aggiustamento psichedelico qui, una rimescolatina di fuzz di là e, con un nuovo assistente di laboratorio (la bassista Debbie Googe) e col trasferimento a Londra, l’esperimento poté continuare. Il problema, però, continuava ad essere il modo di reagire dello zucchero a contatto con la nitroglicerina. Bravo Dave Conway, ma forse con certe provette non sembrava proprio a suo agio. Molto meglio Bilinda Butcher, bella e gattesca, con la quale la sintonia (e non solo quella di “studio”) sembrò subito eccellente.

L’esperimento riprese nuovo slancio e, nel giro di qualche mese, con l’ennesimo ep Ecstasy del 1987 cominciò a far capire al buon Kevin che la sua formula chimica poteva aver raggiunto l’affidabilità necessaria per presentare i risultati in pubblico. Un colpetto di Velvet Underground (White Light, White Heat, soprattutto) e una rinfocolata noise ed ecco pronto Isn’t Anything, che irruppe nei tardi Ottanta come un fulmine a ciel sereno. D’accordo che i Cocteau Twins e i fratelli di suono Jesus and Mary Chain avevano già dato in pasto agli “scienziati” musicofili dei prodigi di rumore e dolcezza da far tremare le ossa, ma questo primo album della ditta Shields… Seminale? Di più, di più. Andate a casa di ogni shoegazer che si rispetti e vedrete che nella spocchiosissima mensolina dei ciddì, il primo full lenght d’esordio di Kevin e soci sta proprio lì, in alto sulla colonna centrale come una specie di reliquia da spolverare e lucidare ogni santo giorno. Ma non solo. L’album dei My Bloody Valentine riuscì ad essere un must per il popolo alternative e per quello della psichedelica moderna, per gli amanti del rumore ragionato e per gli estremisti del pop. Insomma, il classico, geniale “contenitore” dentro il quale, a parte gli oltranzisti di genere più conservatori, tutti riuscirono ad amare qualche cosa.

 

Di solito, l’aver centrato la “ricetta perfetta” al primo tentativo sulla lunga distanza, porta i bravi studiosi a rilassarsi un po’ e a consolidare risultati, riscontri e trionfi in una serie di compendi attraverso i quali vivere di rendita. Invece, ce ne sono alcuni, proprio bravi bravi, per i quali il grande risultato non è che un ulteriore motivo di slancio per tuffarsi nell’impresa successiva e migliorare, diversificando e sperimentando, il metodo. È forse proprio per questo motivo che i My Bloody Valentine, dopo aver spremuto Isn’t anything in due successivi ep di “rilassamento”, tornarono di nuovo a immergersi tra provette e laboratori alla ricerca matta di un altro, più potente preparato musicale per il nuovo decennio. Un nuovo preparato con il quale dimostrare che, col talento e l’intuizione sposati alla freschezza, ci si può spingere sempre più lontano. E, come in ogni storia dei grandi predestinati, ecco che nel 1991, dopo gargamellacee evoluzioni e infinite ribolliture se ne uscirono con una seconda prova che esplose nel panorama musicale di quegli anni e dei quattro lustri successivi (ma anche per quello in corso, sì) con la potenza di una bomba atomica.

Loveless fu, senza alcun dubbio possibile, il punto di non ritorno compositivo della band irlandese, che nei solchi di questo assoluto capolavoro portò la già eccellente lezione di Isn’t anything a livelli di grandezza inusitata. Shields, in preda alle sue folli ma geniali rimescolature sonore, decise di aggiungere nel ricco calderone creativo a sua disposizione una robusta spruzzata di campionamenti e una miscela di suoni duri, durissimi con i quali creare un contrasto continuo e via via più lacerante con la vocina eterea della Butcher e gli inserti melodici di chitarra. E, sedutosi dietro la consolle, decise di dare alla produzione del disco un senso di magniloquenza e profondità spropositati, tirando su un muro di suono (sì, nel senso spectoriano del termine!) duro come il granito, mai ascoltato prima. Only shallow, To here Knows when o Sometimes furono salutate sin da subito come vertici compositivi di insuperabile ispirazione, con i quali tutti i grandi e piccoli alchimisti del pentagramma avrebbero dovuto fare i conti negli anni a seguire.

Il nome dei My Bloody Valentine divenne dunque eponimo di  musica “moderna” e mai scontata, creando intorno a Shields e soci un’aura di assoluta devozione che solo poche band possono rivendicare con due album nel proprio carniere. Ma dopo Loveless, come è facile immaginare, le cose non furono più le stesse. Troppo grande da gestire il risultato ottenuto e, forse, troppo difficile immaginare di poter andare ulteriormente avanti. Così, dopo un primo, normale periodo di silenzio, l’assenza dalle scene dei My Bloody Valentine si fece sempre più persistente, alimentando la ridda di voci che voleva Shields in procinto di lavorare per conto proprio e in forte dissapore con il resto dei componenti. Voci confermate dalle uscite della Googe e del batterista e membro fondatore Colm O’Cioisog, che ridussero l’act irlandese a una coppia. Coppia (che tale era anche nella vita extra-palco) i cui equilibri erano già assai minati e che presto si sfaldò definitivamente nel 1994.

Poi, silenzio. Interrotto soltanto dalle varie collaborazioni di Shields o dalle altre, poco fortunate avventure dei suoi ex-sodali. Ogni tanto qualche uscita antologica e celebrativa o rumors di una possibile reunion senza mai, però, giungere al dunque. I fan di tutto il mondo sembravano ormai rassegnati a dover considerare finita la parabola dei My Bloody Valentine quando, giusto pochi mesi fa (anche se la notizia, in qualche modo era già trapelata nel 2012), il quartetto irlandese, ricompostosi nella sua formazione storica, dava alle stampe (digitali, visto che le canzoni vengono immesse in rete) il suo terzo album, MBV.

E, nonostante siano passati quasi 22 anni dall’uscita di Loveless e che, come naturale, ci sia un po’ di ruggine ancora da smaltire, la notizia è che Shields e soci hanno deciso di tornare sulle scene e di tornarci sul serio.

Dunque, preparatevi: niente di più facile che nei mesi a venire qualche nuova diavoleria da laboratorio musicale possa far tremare il mondo.

 

Parte domani, all’Orion di Ciampino, la nuova edizione del Rock in Roma. L’apertura dell’evento, riservata a un gruppo straordinario e ricercatissimo come i My Bloody Valentine, dà subito la misura di quello che The Base, la società di produzione del festival, ha intenzione di fare in questo 2013: trasformare la Capitale nella capitale della musica europea. Nei mesi di giugno e di luglio, l’Ippodromo delle Capannelle vedrà sfilare sui tre palchi allestiti per la manifestazione la crème del rock internazionale: Springsteen, Neil Young, Iggy Pop, Mark Knopfler, Deep Purple, Toto, Green Day, Rammstein, Smashing Pumpkins, Sigur Ros, Mark Lanegan, Korn, Atoms for Peace, Blur, Artic Monkeys.

Un cartellone da brivido, un cartellone per tutti i gusti. Tutte le informazioni su orari, prezzi, logistica e trasporti sul sito www.rockinroma.com

Pronti? Si parte!

Domenico “John P.I.L.” Paris

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