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CIÒ CHE L’OCSE PREVEDE. E CIÒ CHE INVECE NON VEDE

Solo sei mesi fa, nel novembre 2012, l’Ocse prevedeva che qui in Italia il Pil dovesse arretrare dell’uno per cento. Oggi, invece, quella stima è quasi raddoppiata, attestandosi all’1,8. Un dato, peraltro, che non tiene conto degli effetti che si dovrebbero determinare a fronte del pagamento di una parte dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le aziende. Con un impatto, stavolta positivo, che è valutato nell’ordine di mezzo punto, ma a cavallo del biennio 2013-14.

L’aspetto più allarmante, come sempre, è quello relativo ai riflessi sul mondo del lavoro della recessione tuttora in corso, o dell’assai modesto recupero che viene previsto (previsto…) per il prossimo anno. Il 2013 dovrebbe chiudersi con una disoccupazione all’11,9 per cento per poi salire, nel 2014, fino al 12,5. Valori che appaiono ulteriormente aggravati dal ritardo, ben noto, con cui i livelli occupazioni seguono i miglioramenti del Pil.

Per il resto, le analisi dell’Ocse sono le solite. Da un lato si raccomanda che vengano proseguite le politiche rivolte al «necessario risanamento dei conti pubblici» e dall’altro si lamentano «le restrittive condizioni di credito [che] hanno prolungato la recessione». Nel primo caso, però, le raccomandazioni tendono al diktat, ancorché come eco di quelli irrogati dalla Troika, mentre nel secondo le lamentazioni rimangono senza destinatario, visto che la responsabilità è del sistema bancario. Il quale, si sa, risponde solo a sé stesso.

L’Ocse, perciò, deve accontentarsi di sperare nella Bce, sottolineando che «l’area euro ha bisogno di una politica monetaria ancora più accomodante, con tassi di interesse ridotti il più possibile e acquisti di asset condotti in modo coerente con la natura dell’unione monetaria». I consueti giri di parole per non arrivare al cuore del problema: senza delle massicce iniezioni di liquidità l’economia produttiva non si potrà riprendere, ma il mondo della finanza preferisce indirizzare i propri capitali altrove.

Come si legge proprio oggi in un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore (qui)  e a firma di Martin Feldstein, docente ad Harvard e con una miriade di altri incarichi tra cui quello in seno alla Trilateral Commission, «I tassi di interesse insostenibilmente bassi di questo periodo lasciano intravedere bolle speculative dei prezzi delle obbligazioni e di altri titoli. Quando i tassi di interesse saliranno, come sicuramente accadrà, le bolle scoppieranno».

Feldstein non è certo il primo, a prospettare la nuova catastrofe in arrivo. Ma il suo, al pari degli altri, è un allarme che cadrà nel vuoto. I soldi stanno correndo troppo in fretta, perché i loro investitori-speculatori decidano spontaneamente di fermarli.

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