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CI DICA, PROFESSOR BECCHI: E LE SPARI GROSSE, PLEASE

Gran casino, professor Becchi. E come tutti i casini, in campo mediatico, la differenza la fa la consapevolezza: se dai fuoco alle polveri calcolando in anticipo gli effetti dell’esplosione sei un professionista. Magari criminale, ma un professionista. Altrimenti sei un fesso. Più o meno pericoloso, ma un fesso.

I fatti sono ormai noti, vista la risonanza che hanno avuto a partire dalla serata di mercoledì scorso, ma riepilogandoli alla svelta si tratta di questo. Il suddetto professor Becchi, docente di filosofia del diritto a Genova e considerato/presentato/spacciato quale ideologo del MoVimento 5 Stelle, interviene in diretta radiofonica alla Zanzara di Radio24 e a un certo punto, pungolato in tutti i modi da quel provocatore in servizio permanente effettivo che è Giuseppe Cruciani, scodella amabilmente le seguenti considerazioni: «Se qualcuno tra qualche mese prende i fucili non lamentiamoci, abbiamo messo un altro banchiere all'economia».

Apriti cielo. A pochissimi giorni dalla sparatoria davanti a Palazzo Chigi, e comunque non vedendo l’ora di screditare chi si scaglia a muso duro contro l’establishment economico e politico, gli alfieri della legalità e del perbenismo insorgono. Si scandalizzano, gridano all’apologia di reato o all’istigazione a delinquere. Oppure, più genericamente, all’irresponsabilità verbale. Che poi però, vedi il caso di Luigi Preiti, rischia di armare la mano degli irresponsabili operativi.

Tale è il putiferio, e le richieste esplicite di prendere le distanze dalla “sociologia dello schioppo”, che i parlamentari del MoVimento cedono subito alle pressioni e si chiamano fuori. «Il professor Becchi – puntualizza il comunicato ufficiale – non è un ideologo del M5S, si tratta semmai di un'etichetta attaccata al personaggio sulle cui posizioni deputati e senatori non si riconoscono affatto». Beppe Grillo approva e rilancia il messaggio via twitter: «Becchi non rappresenta il movimento 5 stelle».

Precisazioni fin troppo sollecite, ma comprensibili. In effetti si potrebbe entrare nel merito e argomentare per filo e per segno, rigettando le letture capziose di chi confonde, o fa finta di confondere, le previsioni con gli auspici. Una cosa sono le constatazioni di fatto sulla possibilità di un’escalation violenta del malcontento; tutt’altra gli appelli a impugnare le carabine, o i kalashnikov, per fare piazza pulita di questa classe dirigente, che pure ha parecchio di cui rispondere. Essendo evidente, a meno di essere del tutto ottusi o in malafede, che se siamo arrivati al disastro odierno non è esattamente per caso.

Tuttavia, ribadiamolo, la reazione di Grillo e del M5S è comprensibile. Non ci stanno a essere demonizzati come barricadieri d’accatto e mettono i puntini sulle i. Agevolati, in questo, dalla possibilità di evitare la discussione sostanziale ricusando ogni legame con Becchi. Il quale, a sua volta, riconosce la sua autonomia/estraneità, affermando «Non sono ideologo di un movimento che è anti-ideologico. Ho sempre parlato a titolo personale. Non sono nemmeno attivista del movimento, l'ho votato ma mai ho avuto la volontà di parlare per il M5S». Inoltre, ma è una pessima idea, prova a disconoscere il senso delle sue stesse parole: «La frase sui fucili? Stavo scherzando, si capisce anche dall' audio che avete mandato in onda voi».

Magari, fosse così facile rimediare. Non lo è. Il mondo dei media appare attraente, come quello del gioco d’azzardo. E infatti i più ci si gettano a capofitto, convinti di poter vincere: qualcuno pensa di essere bravo, qualcun altro di essere fortunato, qualcun altro ancora non pensa e basta. Si affida all’istinto, per così dire. O alla sua coglioneria, per dirla in maniera più spiccia: quella che spinge a scambiare la propria avventatezza, o cupidigia, o vanità, o un cocktail di tutte e tre, per la Chiamata del Destino.  

Il resto viene da sé. Nei media, come nei casinò, è molto facile perdere. E più ci si lascia euforizzare dall’atmosfera circostante, più si è esposti al rischio di non capirci un accidente. Chi non è consapevole di questo, e delle molte altre insidie che si celano dietro le blandizie del conduttore di turno che ti allunga il microfono e mostra di pendere dalle tue labbra (in attesa che sia tu a pendere dalla corda con cui ti sei appena impiccato), farebbe molto meglio a tenersi alla larga.

I talskshow, e non solo, sono perennemente a caccia di qualcuno che le spari grosse, per attirare l’attenzione dei numerosissimi gonzi che danno retta ai media mainstream. Uno dei capisaldi di questa manfrina è appioppare dei ruoli, in una versione aggiornata, e avvelenata, della commedia dell’arte. Ruoli che diventano maschere. Maschere che fissano dei cliché. Stereotipi che rimangono addosso come un marchio, e che sono più ardui da rimuovere degli stessi tatuaggi.

Paolo Becchi, che già si espone alla caricatura per la sua barba da vecchio profeta un po’, o parecchio, strambo, è entrato a cuor leggero nella bottega di due dei sarti più infidi, l’atelier Cruciani & Parenzo, e si è lasciato cucire addosso il costume di Professor Doppietta. Poi, di fronte alla mala parata, ha detto che stava scherzando.    

Error system: i media non sono mai uno scherzo. Anche, o soprattutto, quando sembrano tali.

Federico Zamboni

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