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“Il Baffo”. Guareschi, la carta, le zingarate

Il primo maggio di 105 anni fa nasceva a “Rocabiànca”,  nei pressi di Parma, quello che in età adulta si sarebbe rivelato un individuo di robusta costituzione dall’aria burbera, con folti capelli, perennemente scompigliati da un libeccio malapartiano, e un naso importante, sotto il quale campeggiavano enormi baffi a celare improperi e rimbrotti; più in su, quel tale, possedeva due occhi scuri, capaci di spargere lampi d’ira come di luce, a seconda delle circostanze, al contrario dei pensieri, che in lui non mutavano mai: erano candidi, sempre.

Si chiamava Giovannino Guareschi, quell’uomo lì, ed era un tipo molto particolare, che amava circondarsi della gente della Bassa, uomini e donne poco “raccomandabili”, turbolenti e sanguigni, ma terribilmente onesti; gente che incarnava forse l’ultima stirpe di una magnifica civiltà contadina ormai estinta. 

Come se ciò non bastasse, costui frequentava assiduamente due loschi individui: un pretaccio, tale don Camillo, che, quando non parlava con tono dolce e sommesso al Cristo, spaccava a suon di furore le panche della chiesa oppure organizzava stratagemmi luciferini per ostacolare l’altro compare – tale Peppone – suo eterno avversario. Quest’ultimo era un comunista sfegatato e, peggio che andar di notte, un devotissimo miscredente; un diavolo in terra, insomma, che, quando non pregava per l’avvento della rivoluzione staliniana, si divertiva da matti a indispettire il pretaccio. Si detestavano di santa ragione, loro, salvo poi scapicollarsi per aiutarsi l’un l’altro nella brutta ora in cui uno dei due finiva nei guai. Erano opposti, ma complementari; ecco perché si volevano un gran bene e perché lo scrittore li stimava tanto.

L’uomo Guareschi non si distanziava troppo dai suoi personaggi letterari: esattamente come loro, era rimasto  “fedele alla terra”. Lo dimostrò nel 1943, dopo l’8 settembre, quando, catturato dai Tedeschi e rifiutatosi di combattere nel grande Reich, venne mandato in un campo di concentramento in Polonia. Lo dimostrò ancora di più nel 1945, una volta ritornato in Italia, rifiutandosi di collaborare con gli alleati. E ancora dimostrò la sua fedeltà alla terra, cioè a se stesso, non tanto nel maggio del 1954, quando lo spedirono nelle carceri di San Francesco a Parma per avere diffamato il democristiano Alcide De Gasperi – che, ai tempi della seconda guerra mondiale, aveva inviato due missive al generale britannico Harold Alexander, chiedendo il bombardamento di alcuni punti strategici della Capitale «per infrangere l'ultima resistenza morale del popolo romano» – ma per non essere ricorso in appello per l’ingiusta sentenza, come avrebbe fatto chiunque al posto suo: egli sottoponeva la propria dignità di cittadino e di giornalista unicamente al giudizio della sua Signora Coscienza, con la quale non gli occorrevano permessi speciali per incontrarsi, né certamente testimoni. Come lui stesso ebbe a dire, c’è galera e galera e non bisogna badare all’apparenza, quando un uomo è spiritualmente libero.

Le sue disavventure furono legate non solo alla prigione o al gelo di un lager – da cui sbocciò “La favola di Natale” – ma anche ai guai in cui, suo malgrado, lo cacciavano la moglie Ennia (l’eterea e svagata Margherita dei racconti) e i figli Alberto e Carlotta – la Pasionaria per intenderci – cui rispondeva con sonore sfuriate da far crollare i muri, mentre loro restavano placidamente indifferenti.

Tutte le peripezie, però, valsero solamente grazie alle avventure interiori, le più riuscite: il geniale umorismo di cui egli era intriso, la sua sconfinata tenerezza d’animo e, quando si sentiva perduto, le “zingarate” a cavallo di una bicicletta, lungo il margine del fiume, con la bruma romagnola mischiata alle zaffate di fumo, in cerca del fischio della nonna Filomena, che da bambino lo riconduceva dritto dritto a casa.

Il primo maggio, dicevamo, è stato l’anniversario della nascita di Guareschi e, per la prima volta, i capolavori dell’Autore sono stati messi in digitale. Conoscendolo, so che lui non sarebbe d’accordo – era troppo legato al tatto, all’odore, all’olfatto e al senso più sopraffino del ricordo che la carta produce – eppure il suo “riso simile alla neve” riuscirà a rendere candida persino tanta innovazione. 

Fiorenza Licitra

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