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QUANTI EQUILIBRISTI, SULLA BARA DI ANDREOTTI

Eufemismi? Già definirli così, quelli che hanno invaso i media non appena si è diffusa la notizia della morte di Andreotti, è a sua volta un eufemismo.

L’atteggiamento generale, infatti, è stato di estrema cautela, dando fondo al repertorio delle espressioni ambigue. Non è che si neghi l’esistenza dei (moltissimi) lati oscuri del personaggio, cosa che sarebbe impossibile e che renderebbe palesi le omissioni, ma allo stesso tempo ci si guarda bene dal pervenire a un giudizio complessivo. Formula tipica: luci e ombre. Esempio concreto: le parole di Napolitano, secondo il quale «Sulla lunga esperienza di vita del Senatore Giulio Andreotti e sull'opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell'attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico».

A posto. Perché qualcuno si azzardi a tirare le somme, sulla lunga esperienza eccetera eccetera, bisognerà aspettare chissà quanto. E comunque, dopo una così lunga attesa, l’impatto sarà per forza di cose attenuato: le cronache, specialmente se giudiziarie, riguardano il presente e hanno qualche probabilità di influenzarlo; la Storia, soprattutto quando viene scritta a distanza di tempo, si colloca, e quasi sempre si rinchiude, nel passato. In teoria sono ricostruzioni. All’atto pratico, archiviazioni.

La prima domanda che bisognerebbe porsi, invece, riguarda ciò che rimane, nell’Italia odierna, dell’enorme dispositivo di potere allestito dallo stesso Andreotti. Quella gigantesca cattedrale, chiamiamola così, si trasformerà d’incanto, o addirittura si era già trasformata ante mortem, nel suo mausoleo?

In altri termini, meno metaforici: che fine fanno, adesso, le spaventose reti di interessi che sono state ordite, lungo gli oltre sessant’anni dell’intera esistenza dell’Italia repubblicana, dal cosiddetto “divo Giulio”? I grandi media non si sognano nemmeno, di metterla in questi termini. Al massimo, anche nei casi migliori, si concentrano sull’incerta moralità dell’individuo, ormai scomparso, anziché sulle trame nazionali e internazionali in cui egli stesso rientrava, e che di sicuro non sono scomparse affatto. Ma semmai si sono aggiornate.  

Ovviamente, in un Paese come il nostro che non ha memoria di nulla, se non delle formazioni delle grandi squadre di calcio (Sarti-Burgnich-Facchetti) e di analoghe quisquilie, ci sarebbe ben poco da aspettarsi anche se la questione fosse stata posta correttamente e affrontata fino in fondo. Tuttavia, constatare un difetto, quand’anche genetico, non significa rassegnarsi. Né, ancora meno, fare finta di nulla.

La diagnosi è il presupposto della cura. La messa a fuoco dei vizi della società in cui viviamo è un obbligo permanente, e della massima urgenza, per tutti quelli che intendono opporsi al degrado generale. Serve una ricognizione incessante. Un inventario, come si dice, dalla a alla zeta.

La a di Andreotti.

Federico Zamboni

 

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