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Spagnoli alla fame. Eppure non si ribellano

Ma insomma perché gli spagnoli non si ribellano sul serio? Se lo chiede Infolibre, un nuovo media iberico nato lo scorso marzo, a cinque anni dall'inizio della crisi (qui l'articolo originale). Nonostante la disoccupazione di massa, gli sfratti e i tagli, contestazioni e disordini sono ancora isolati. La paura di perdere il benessere residuo è più forte della rabbia.

È un tema molto più europeo che solamente spagnolo. E forse di portata mondiale.

In Spagna, come purtroppo avviene in Grecia già da tempo, si registrano addirittura i primi casi di malnutrizione infantile. La gente pare insomma aver capito, giocoforza, che questa "tempesta" non è affatto passeggera e che anzi potrebbe durare ancora per anni. Il "potrebbe", ovviamente, è usato in modo eufemistico.

Eppure, al di là delle ormai classiche e controllabilissime, dunque del tutto inefficaci, manifestazioni di piazza per quanto periodiche se non proprio costanti, la reale pressione la rabbia di un popolo che si indirizza a vivere anni allo stremo delle forze appaiono del tutto assenti. Le cause per un inasprimento delle proteste ci sono tutte, e in più parti d'Europa, eppure non vi sono ancora elementi di disordine che pure dovrebbero ormai essere all'ordine del giorno.

Il detonatore finale, e storicamente più efficace al fine di una sollevazione, è peraltro il fatto che è cresciuta la percezione di una divisione dei sacrifici enormemente iniqua, cosa resa palese, ad esempio, per il caso degli sfratti: lo Stato stanzia importanti aiuti e si indebita fino al collo per salvare le banche, ma non fa nulla per porre fine al dramma di coloro che non riescono a pagare il mutuo.

Eppure nulla di evidente accade, quale il motivo? Secondo il quotidiano spagnolo: 

Da una parte, ormai non ci sono più alternative. Oggi non esiste un’ideologia in grado di proporre un cammino alternativo a quello attuale o di organizzare una resistenza collettiva. La popolazione si lascia dominare dalla rabbia, che si traduce nell’alienazione e nel rifiuto del sistema economico e politico ma non si cristallizza in un movimento che possa rappresentare una minaccia collettiva.

Inoltre, nonostante l’impoverimento generalizzato, la Spagna mantiene un livello di sviluppo considerevole, e sappiamo che le democrazie sviluppate sono straordinariamente stabili e possono sopportare quasi tutto. In questo senso c’è un dato storico molto significativo: non è mai successo che una democrazia con un pil pro capite inferiore a quello dell’Argentina del 1976 sia collassata.

La Spagna ha un pil pro capite molto superiore a quella soglia, nonostante la crisi degli ultimi anni. Per questo motivo è prevedibile che ci siano episodi violenti e tensioni, ma non una rivolta generalizzata. Ciò accade in parte perché lo stato è molto potente e può facilmente reprimere la protesta, e in parte perché ci sono molte famiglie proprietarie di immobili o attive in borsa che non sono disposte a rischiare il loro futuro in avventure dal risultato incerto. Lo sviluppo porta con sé un alto livello di conservatorismo politico in tutti i settori della società.

Il sintomo più chiaro del fatto che la gente, per quanto esasperata, non intende correre rischi, è l’assenza di un dibattito pubblico in Spagna sull’opportunità di restare all’interno dell’eurozona. Nonostante l’unione monetaria si sia rivelata una trappola per topi, quasi nessuno è pronto ad accettare le conseguenze a breve termine di un’uscita dall’euro. Intanto la gente continua a indirizzare le proprie lamentele contro i partiti e le istituzioni spagnole nonostante il problema risieda più in alto, nelle leggi che regolano il funzionamento dell’euro e nelle politiche decise dai paesi del nord.

Certo, l’opinione che il popolo ha delle istituzioni europee è crollata, ma non ci sono state conseguenze. L’appoggio nei confronti dell’euro è netto e costante, e fino a quando resterà tale non ci sarà alcuna rivolta.

A quanto pare, insomma, ciò che manca, come nella maggior parte degli altri casi analoghi, è la conoscenza. I più ignorano e continuano a ignorare, malgrado oggi i dati incontrovertibili siano ormai a disposizione di tutti, il reale motivo della situazione attuale. E soprattutto il vero responsabile, l'Euro della BCE e la costruzione europea sulla finanza. 

È l'ulteriore conferma, ove ce ne fosse bisogno, che al momento attuale non c'è bisogno di politica, ma di meta-politica (argomento che abbiamo affrontato nella puntata di Noi Nel Mezzo di ieri, qui): se non si interviene sulle coscienze e sulle conoscenze delle persone, nessuna pressione sui temi realmente rilevanti, e dunque nessuna possibilità che si possa verificare una reale azione politica correttiva, potrà mai prendere corpo. In Spagna come ovunque altrove.

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