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CAMPA SILVIUCCIO CHE LA CASSAZIONE ARRIVA

Condannato in primo grado, condannato in secondo. Due verdetti identici che in assoluto – o in astratto – farebbero pensare a un quadro accusatorio limpido e giuridicamente ineccepibile. Ma che invece, in uno Stato come il nostro in cui nulla è mai sicuro quando si tratta di processi che coinvolgono gli uomini di potere, vanno accolti con estrema cautela, se non con totale scetticismo. Mettendo in conto fin d’ora che, nonostante la perfetta omogeneità dei due pronunciamenti, la Cassazione possa ravvisare chissà quali vizi procedurali, o errori logici, e mandare tutto all’aria.

Se questo timore è fondato in generale, visti i numerosi precedenti, lo è a maggior ragione per quanto riguarda Berlusconi. Dal novembre 2011, all’indomani delle sue sorprendenti dimissioni che spianarono la strada all’avvento di Monti a Palazzo Chigi, l’ipotesi assai credibile è che vi sia stato un accordo, diciamo così “stragiudiziale”, che gli garantisse l’incolumità processuale in cambio di un atteggiamento più accomodante sul piano politico.

Nel gennaio successivo Umberto Bossi sembrò negarlo, affermando che il leader PdL «Non è stato furbo e non ha chiesto nemmeno una buonuscita dopo che ha lasciato il governo», ma come scrivemmo allora (qui) sia il rimprovero del Senatur, sia la mancanza di reazioni indignate a quella sortita obiettivamente gravissima, implicavano che in generale non si trovasse affatto strano che quell’accordo segreto ci fosse stato davvero. O che avrebbe potuto esserci.

Ora, fatalmente, la questione torna di attualità. La sentenza di appello, infatti, ha irrogato quattro anni di reclusione, da ridurre però a uno solo per effetto dell’indulto, e soprattutto cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, che di per sé comportano la perdita delle cariche elettive già ottenute (nel suo caso quella di senatore, sempre che la giunta di Palazzo Madama conceda il via libera). L’esito che si prospetta, dunque, è l’estromissione di Berlusconi dalla politica in prima persona, sia come candidato premier che in qualunque ruolo istituzionale. Un risultato che, giocoforza, riattizzerebbe le faide interne al centrodestra e riaprirebbe la corsa alla successione, con dinamiche presumibilmente analoghe a quelle che si sono scatenate nell’autunno scorso. Quando, in vista delle primarie del PdL, divamparono gli odi reciproci ed emerse in maniera ancora più netta la pochezza delle seconde, e terze, e quarte linee. Accomunate dall’ambizione. Screditate dalla sicumera.

Uno scenario che tuttavia rimane inverosimile. Berlusconi, a modo suo e checché ne pensino gli ingenui, è oggi un puntello del sistema, inteso in chiave internazionale. Lo attesta il modo in cui ha assecondato i disegni di Napolitano, nonché la riconferma di Re Giorgio al Quirinale: dapprima liberando la presidenza del Consiglio per consentire la nomina di Monti, poi sostenendone l’azione di governo negli aspetti fondamentali, e infine caldeggiando/stringendo l’intesa col Pd che ha portato alla formazione del governo Letta. O Letta-Alfano. O Letta-Berlusconi, appunto.

Credere che tutto questo possa essere compromesso a colpi di sentenze significa non averne colto la natura strategica. Come si dice, ubi maior minor cessat. Ovvero, in chiave più attuale, ubi Troika Italia cessat. E la Cassazione, ovviamente, opera in Italia.

In questa Italia.

Federico Zamboni

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