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Israele e Giordania insieme contro la Siria fondamentalista

Che Israele e Giordania siano paesi che coesistono pacificamente è noto, com’è noto che siano più vicini di quanto non dichiarino, ma c’è stato un ulteriore avvicinamento nei giorni scorsi grazie alla crisi siriana.

Non sarebbe neppure una notizia se la collaborazione fosse in funzione anti Assad, invece i due paesi sono preoccupati dal ruolo sempre crescente che i fondamentalisti islamici rivestono all’interno del fronte ribelle. Da una parte la Giordania che, per quanto solo marginalmente toccata dalla primavera islamica, deve fronteggiare la crescita dei Fratelli Musulmani al suo interno, la quale potrebbe facilmente degenerare in aperta rivolta se potessero avere una sponda armata in Siria; dall’altra Israele che non ha interesse ad una destabilizzazione della Siria che oggi rischia di andare ben oltre lo scenario libico: in fondo Assad era un nemico affidabile.

I raid israeliani sugli impianti siriani possono, quindi, anche essere letti come distruzione degli stessi affinché non cadano intatti nelle mani dei ribelli, specie se questi saranno a guida fondamentalista una volta al potere. Lo scenario libico, agli inizi ossessivamente perseguito dagli atlantisti, sembra ora essere divenuto un rischio da evitare, in considerazione della deriva fondamentalista che la ribellione ha assunto.

Nonostante questo, gli inglesi ancora insistono perché sia tolto l’embargo sulle armi agli insorti, magari nella speranza, vana,  di poter selezionare i destinatari degli aiuti. Anche gli USA sembrano su questa via, ma cominciano a trattare con Mosca, comprendendo che un trapasso negoziale dei poteri potrebbe convenire a tutti. Diversa la posizione francese che vuole gli islamisti di Al Nusra inseriti nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.

Lo scenario è pertanto decisamente cambiato rispetto agli inizi della crisi, quando si cercava la destabilizzazione a tutti i costi tramite un intervento armato, ma la crescita dei movimenti fondamentalisti ha giocato a favore di Assad, e se questo, probabilmente, non salverà il suo regime, potrebbe paradossalmente essere una variabile a favore degli interessi del popolo siriano.

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