Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

ALEMANNO: ANALIZZARNE UNO PER CAPIRLI TUTTI

Che cos’ha detto Gianni Alemanno, dopo aver perso di schianto il ballottaggio contro Marino? Parecchie cose. Ma tra le tante, non esattamente memorabili e men che meno inedite, vale la pena di isolarne una: «Dobbiamo assolutamente fare un'autocritica, ma non accuso nessuno e mi prendo io tutte le responsabilità». Bene. Prendiamo nota e passiamo oltre. Ci ritorneremo tra un po’. Tra non molto.

Il vero punto di partenza è un altro. E potrebbe sembrarvi poca cosa. Facendovi sorridere, se va bene, o storcere il naso, se va male. Il vero punto di partenza è questo: c’è una parolina magica, breve breve e un tempo dileggiata per l’uso incessante e sciocco che se ne faceva e che l’aveva ridotta a interiezione quasi involontaria e priva di senso, di cui dovremmo riappropriarci prontamente. In politica e non solo. E in forma interrogativa. Quasi ultimativa.

Questa parolina elementare è “cioè”. Non appena l’interlocutore di turno, più o meno compiaciuto-furbetto-trombonesco, se ne esce con l’ennesimo luogo comune o promessa mirabolante o auto assoluzione standardizzata, bisognerebbe pressarlo con quel rapido monosillabo: «cioè?». Il più stringato degli inviti, o delle intimazioni, a trasformare le affermazioni di rito, ovverosia le chiacchiere di routine, in qualcosa di preciso. Circostanziato. Esplicito.

«Sono sereno», dichiara il tizio che ha ricevuto un avviso di garanzia per corruzione o affini. «Cioè?»

«Stiamo lavorando per il bene del Paese», sostiene il ministro che non sta facendo altro che proseguire sulla linea di Monti e, quindi, prostrarsi ai diktat della Troika. «Cioè?»

«Mi assumo tutte le responsabilità», afferma l’ormai ex detentore di questa o quella carica che ha perso le elezioni e, con esse, la poltrona precedentemente occupata. «Cioè?»

Non che ci sia da farsi troppe illusioni, ovviamente. La replica, si fa per dire, sarebbe quasi altrettanto generica, superficiale, elusiva. E automatica, una volta che questi professionisti/mestieranti si fossero abituati al nuovo meccanismo. Tuttavia, sarebbe un modo per costringerli a uscire un po’ di più allo scoperto. E a dare pubblica dimostrazione, ancora meglio di quanto non sia già avvenuto, della vacuità e dell’ipocrisia che stanno dietro le loro capriole (capriolette) verbali.

Torniamo ad Alemanno, adesso. L’Alemanno di ieri pomeriggio-sera. Quando, resosi conto della debacle, si è affrettato a sciorinare il suddetto, fittizio autodafé da politico trombato. Il tipico “beau geste” a costo zero che è ormai entrato a far parte, da tempo, del repertorio della sua onorevole categoria. Quello che abbiamo citato all’inizio: «Dobbiamo assolutamente fare un'autocritica, ma non accuso nessuno e mi prendo io tutte le responsabilità».

Provate a immaginarvelo: dalla platea, se non fosse che si trattava del solito entourage di colleghi o aspiranti tali, di beneficati o aspiranti tali, di sostenitori disinteressati o presunti tali, si leva un gigantesco, tonante, ineludibile «CIOÈ?». Ossia: molte grazie, Giannino caro, ma che accidenti significa che ti prendi tu «tutte le responsabilità»? Forse che ti ritirerai dalla scena politica? Forse che ti sobbarcherai qualche sacrificio concreto? Forse che ammetterai, finalmente e in dettaglio, di aver inanellato cinque anni di figure barbine?

Non proprio. La versione di Gianninocaro è, tanto per cambiare, che il vero problema non fu il malgoverno, bensì la cattiva comunicazione. Testualmente, secondo l’Ansa, «Bisogna capire che non siamo riusciti ad aggregare attorno a ciò che stavamo costruendo». E ancora: «Abbiamo lavorato sulle fondamenta, sulle cose che non si vedono. Consegniamo a Marino un comune risanato con molti progetti».

Tutti fuoriclasse, i nostri politici, ma con pessimi uffici stampa. Scelti da chissà chi, d’altronde.

Federico Zamboni

Napolitano, quel rinnegato ex Pci

Siria: insorti alle corde, o quasi