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Erdogan sgombra la piazza, ma non i dubbi sulla sua democraticità

Alla fine, come era facilmente prevedibile, i poliziotti di Erdogan hanno abbattuto le barricate e preso il controllo di  Piazza Taksim, una operazione semplice e quasi indolore: solo un centinaio di feriti, di cui appena cinque gravi, in fondo era una occupazione non violenta.

Quello che non sarà sgombrato sarà il parco Gezi, il cui disboscamento, a favore di un centro commerciale, aveva innescato la rivolta. Una graziosa concessione, ma temporanea: il Premier intende andare fino in fondo nella cementificazione e, conseguente, riaffermazione del suo potere. Il rinvio può essere letto, ad esser maliziosi, nel fatto che, se sgombrare una piazza è un gioco da ragazzi per blindati e poliziotti equipaggiati di tutto punto, affrontare la guerriglia in un parco richiede maggiore impegno e necessita di una certa pianificazione, anche per far digerire le indispensabili violenze, non solo per pieno successo dell’operazione.

Erdogan non ha, però, sgombrato i dubbi sulla sua democraticità, ma questo non tanto per l’uso del manganello ed i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, quanto per il tenore delle sue dichiarazioni: «Questa causa ambientalista è utilizzata per mascherare una rivolta illegale contro un governo democraticamente eletto». Che il suo sia un governo democraticamente eletto è un dato di fatto, ma in uno stato democratico queste rivolte sono legali, specie se rivolte contro disposizioni di legge che stanno erodendo le libertà dei turchi: è vero la causa ambientalista nasconde problemi molto più gravi.

Sul fronte ambientale il Premier sostiene che «ci sarà sempre la possibilità di piantare alberi, non vi è alcun ostacolo». Il problema è: dove? Ogni angolo di Istanbul sarà stato cementificato dopo che allo sgombero dei manifestanti seguirà quello del verde di Gezi.  «Far intendere che queste opportunità siano negate è una falsità fatta circolare da chi non può uscire vincitore dalle urne» è un’altra di quelle frasi che seminano dubbi sulla capacità di accettare il pluralismo di Erdogan, non solo perché la «falsità fatta circolare» al momento si sta dimostrando una verità, ma soprattutto perché non si capisce che cosa si vuol significare col dire che viene «fatta circolare da chi non può uscire vincitore dalle urne»

Se democrazia è, costoro possono sempre uscire vincitori da una tornata elettorale. Il premier è un po’ troppo categorico, ricorda gli atteggiamenti di certe figure che, dopo aver assunto il potere in maniera democratica, non lo hanno esercitato nel rispetto di quei principi ed hanno impedito che la maniera di sloggiarli fosse data in maniera democratica.

Uno dei maggiori sintomi di deriva autoritaria è il continuo attacco al web portato da lui e dal suo partito, l’AKP, che considerano l’unica fonte di informazione di cui non hanno il controllo uno “strumento di cospirazione”: certo che confondere dissenso e cospirazione è più una paranoia da dittatore che il comportamento di un leader sinceramente democratico. 

La rivolta non si esaurirà certo con lo sgombero di piazza Taksim, ma Erdogan può intanto brindare al successo, ma in maniera rigorosamente analcolica visto che la legge antialcol, a lui tanto cara, è stata promulgata: bevitori di tutti il mondo unitevi verrebbe da parafrasare come slogan di libertà, ma slogan nel senso più originale del termine*, che essendo scozzese è quanto di più indicato per l’occasione, giacché, come diceva Robert Burns, “Freedom an' whisky gang thegither”.

Ferdinando Menconi

* Il termine deriva dal gaelico scozzese sluagh-ghairm . È composto da sluagh ("nemico") e ghairm ("urlo") e originariamente significava "grido di guerra" o "grido di battaglia"

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