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Equitalia restyling

Il governo ci prova: cerca di mostrarsi più comprensivo di quello che lo ha preceduto (la sussiegosa Brigata Monti) e di far credere che tra i suoi obiettivi ci sia davvero quello di contemperare le ragioni dell’Erario con quelle dei contribuenti. Una strategia, molto di immagine e poco di sostanza, che ha tra i suoi obiettivi primari la de-demonizzazione di Equitalia. Le cui brutali procedure l’hanno resa, a ragion veduta, una delle strutture più invise dell’intera Pubblica Amministrazione.

Il governo ci prova: cerca di mostrarsi più comprensivo di quello che lo ha preceduto (la sussiegosa Brigata Monti) e di far credere che tra i suoi obiettivi ci sia davvero quello di contemperare le ragioni dell’Erario con quelle dei contribuenti. Una strategia, molto di immagine e poco di sostanza, che ha tra i suoi obiettivi primari la de-demonizzazione di Equitalia. Le cui brutali procedure l’hanno resa, a ragion veduta, una delle strutture più invise dell’intera Pubblica Amministrazione.

Oggi, in particolare, il compito di gettare acqua sul fuoco se l’è assunto il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Il quale, in visita alla Scuola di Polizia tributaria della Guardia di Finanza a Ostia per presenziare alla cerimonia di chiusura dell'anno di studi 2012-13, ha sciorinato un bel mazzetto di distinguo. Che sono tanto giusti in teoria quanto poco attendibili all’atto pratico.

La premessa è una classica enunciazione di principio: «In una fase che costringe gli italiani ad affrontare sacrifici quotidiani, il tenace perseguimento degli evasori e la facilitazione dell'adempimento degli obblighi fiscali per i contribuenti onesti costituiranno iniziative importanti per conseguire una maggiore giustizia sociale». Le precisazioni operative svelano il punto debole, che è quello di affiancare, a chiacchiere, due approcci pressoché antitetici. Da un lato, la lotta contro gli evasori «non può essere assolutamente allentata»; dall’altro, essa «deve tenere conto delle esigenze dei contribuenti in difficoltà».

Siamo sempre lì. Non ce la raccontano giusta, sull’evasione fiscale. E, quindi, nemmeno sul problema della riscossione. Non l’hanno fatto finora e di sicuro non cominceranno adesso: la versione ufficiale, nel senso di ciò che viene detto e fatto per orientare l’opinione pubblica, continua a essere a senso unico, gettando nel medesimo calderone delle questioni parecchio diverse. L’errore, o piuttosto la mistificazione, consiste innanzitutto nel riunire sotto la stessa etichetta, che è appunto quella della “evasione”, sia quelli che fanno di tutto per sfuggire ai propri obblighi tributari, sia coloro i quale semplicemente non versano il dovuto.

La differenza è decisiva: specie in tempi di crisi come quelli attuali il mancato pagamento delle imposte, o degli oneri previdenziali, può non dipendere affatto da una cattiva volontà ma da un’oggettiva mancanza di soldi. E in tal caso, evidentemente, viene a mancare quel dolo che merita di essere additato al pubblico ludibrio. O che lo meriterebbe in altre condizioni, ossia se la pressione fiscale non fosse così elevata e se le pubbliche istituzioni spendessero bene ciò che incassano dai cittadini.

Questo, d’altronde, è lo stesso Stato – usurpato nelle sue funzioni vitali dalle classi dirigenti politiche ed economiche che lo hanno ridotto a “cosa loro” – che non paga i propri debiti ai fornitori e che fa passare per un mezzo miracolo l’avvio, assai parziale e tardivo, delle relative liquidazioni. Un termine beffardo, in effetti: i crediti di non poche imprese verranno saldati (liquidati) quando ormai le rispettive aziende saranno in liquidazione. Magari, o quasi sicuramente, anche per il peso insostenibile delle pretese tributarie.

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