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Iran. Un difficile “dopo elezioni”

I Guardiani della Rivoluzione avevano visto giusto nel voler escludere Rohani dalla consultazione elettorale, ma non avendo portato fino in fondo la loro azione sono stati la miglior propaganda possibile per il nuovo presidente dell’Iran.

Che i sondaggi iraniani non fossero affidabili era cosa nota – chi se la sentirebbe di dichiararsi disposto a votare il candidato inviso all’establishment? – ma non si poteva supporre fossero sballati fino a questo punto: a Rohani si concedeva al massimo di poter arrivare al ballottaggio, e invece ha vinto al primo turno.

Il temuto astensionismo non c’è stato, nonostante la flessione dall’85 al 72 per cento, ma la gente ha raccolto l’appello di Khamenei a non disertare le urne per dare il proprio voto al candidato “moderato”, quello che la Guida suprema non voleva neppure si presentasse.

Sul nuovo Presidente si è avuta la convergenza del voto di tutte le frange riformiste della società iraniana, quelle stesse che erano scese in piazza quattro anni fa, e per certi versi è stata proprio l’assenza di candidature moderate alternative, voluta dai Guardiani della Rivoluzione a favorire la sorpresa Rohani. Nessuna contestazione di brogli, i conservatori erano talmente certi del successo che temevano solo l’astensione, e così questa volta gli iraniani riformisti sono scesi in piazza per festeggiare, non per contestare.

Le reazioni internazionali sono naturalmente state positive, considerando il nuovo Presidente un possibile uomo del dialogo, specie sullo spinoso tema del nucleare. Solo quella di Netanyahu è stata una voce fuori dal coro: il premier israeliano, infatti, ritiene che in realtà poco sia destinato a cambiare, perché su certi temi non deciderà Rohani, ma Ali Khamenei, e almeno sul breve periodo non ha tutti i torti.

Sul lungo periodo è più difficile prevedere cosa accadrà. Anche se Rohani non è così “moderato” come si vuol credere, è presumibile che si aprirà un periodo di forte frizione fra poteri elettivi e i Guardiani della Rivoluzione, i cui esiti di politica interna sono incerti e le ripercussioni sulle relazioni internazionali non facili da valutare.

La sorpresa comunque resta e dimostra che il desiderio di riforme è forte nell’elettorato iraniano, ma questo è destinato a scontrarsi con le resistenze dell’apparato teocratico che difficilmente accetterà di cedere il potere in maniera indolore.

(fm)

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