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Caso Schwazer: perdonati pure, Alex

Ieri 19 giugno la Procura di Bolzano, non affidandosi alla possibilità che Alex Schwazer «abbia potuto fare tutto da solo», ha inscritto nell’ordine degli indagati cinque persone con l’accusa di favoreggiamento nell’uso di farmaci; tra queste l’allenatore Michele Didoni, che avrebbe ordinato l’acquisto dell’Epo in Turchia per poi rivenderla ad altri atleti.

La vicenda è nota: il marciatore  azzurro, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino 2008, nell’agosto del 2012 è stato trovato positivo all’eritropoietina e il CONI, dietro richiesta del Tribunale Nazionale Antidoping, gli ha inflitto tre anni e mezzo di sospensione: quasi una vita, per un agonista.

Questo, però, è solo l’epilogo del tragico tracollo di Schwazer, il cui inizio è dipeso non da qualche gara persa o da infortuni che via via ne hanno ostacolato l’ascesa, ma, come egli stesso ebbe a dire in un’intervista, dalla gloria conseguita alle Olimpiadi di Pechino, con il nuovo record nella “50 km”. Esattamente da quella fatidica vittoria è venuta la più rovinosa delle sconfitte: la marcia, da piacere si è fatta ansia da prestazione e il sogno business, tanto da spingere l’atleta a percorrere anche 50 km al giorno, a fare 35 ore di allenamento alla settimana, a cambiare spesso allenatore, città, psicologo e dieta in un’esasperata ricerca dell’eccellenza; a concentrarsi a tal punto sulla meta da perderla di vista.

Questa non è soltanto una vicenda trita e ritrita di doping e di scorciatoie nel mondo sportivo, in cui i più forti si rivelano spesso i più deboli, ma la storia di un giovane uomo di ventitré anni, che non ha saputo scendere per tempo dal carro dei vincitori e, per questo, è stato vinto.

Eppure, cosa aspettarsi da un “campione”, che ha toccato l’apice, se non che ripeta l’esecuzione perfetta? Cosa attendersi da uno che, conscio del proprio talento, vuole corrispondere in pieno quel fato che tanto gli ha concesso?

Essere i migliori significa non soltanto raggiungere la vetta, ma mantenerla, senza perdere mai di vista la bellezza del panorama circostante, l’innamoramento che essa suscita. Schwazer tutto questo l’aveva già smarrito: negli ultimi tempi marciava perché era bravo, non perché amasse farlo. Non era più all’altezza, insomma, della fatica e dell’allegria che le salite impongono.

Infine, però, nonostante l’amaro, è giunto per lui un sospiro di sollievo per essere stato colto sul fatto e persino per avere perso tutto quello che si era guadagnato: il riconoscimento e la maledetta gloria di una vita, che già da tempo non sceglieva più. Tanto, arriva irriverente la vita a incantare: si può fare anche altro da ciò che si è sempre fatto; si può,  e si deve, scendere dal carro e riconquistare un tempo, ma lento, e uno spazio, ma privato.

Resta certamente, in Schwazer, il rammarico per la peggiore delle sconfitte: l’avere perso in credibilità, a prescindere dalla possibilità o meno di tornare a marciare. Ha chiesto pubblicamente scusa, lui, ma è vero che il sapersi perdonare resta sempre l’ascesa più ardua.

Fiorenza Licitra

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