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Gli ultrà nelle rivolte. Ma non da noi

Della politicizzazione del calcio in Italia se ne parla dai tempi di Boccacci e Meridiano zero: denunciandone in maniera scandalizzata le derive neofasciste e facendo finta di niente quando il tifoso si identifica nella sinistra estrema, come a Livorno.

Una analisi erronea: quello cui abbiamo assistito non è stata una politicizzazione del calcio, bensì una calcificazione della politica giovanile, dovuta al fatto che, per riconoscersi in una identità di gruppo, non bastava più l’appartenenza politica. Essendo divenuta questa insufficiente per mobilitare i giovani si è fatto ricorso al calcio per aggregarli a movimenti sempre più asfittici, ma successivamente il fenomeno è divenuto di carattere inverso: per nobilitare una identità calcistica le si è data una patina politica.

Patina spesso superficiale, anche perché gli ultrà brillano per assenza durante le manifestazioni di piazza, magari non personalmente, appartenendo spesso anche a gruppi politici, ma in quanto gruppi organizzati sì. L’ultrà, almeno da noi, si mobilita solo per il calcio, mentre, vittima di una anacronistica radicalizzazione da schieramenti da guerra civile 43-45, non scende in piazza quando le rivendicazioni sociali e politiche dovrebbero essere trasversali e superare obsolete divisioni che il potere tiene strumentalmente vive.

La questione meriterebbe certo ulteriori approfondimenti, più da saggio che da articolo, ma è un buono spunto per vedere cosa invece accade agli ultrà coinvolti nelle rivolte che di recente hanno scosso il mondo. I primi furono gli ultrà egiziani di piazza Tahrir, i migliori a contrastare la repressione di piazza grazie al loro inquadramento paramilitare, sviluppato in anni di scontri contro polizia e avverse tifoserie. I tifosi d’Egitto sono riusciti a superare le loro divisioni interne, essenzialmente solo calcistiche, e si sono uniti contro il potere, sostenendo in maniera determinante gli sprovveduti manifestanti, digiuni di scontri di piazza.

Uno dei motivi che ha reso possibile questa discesa in campo del tifoso può essere ricercata nella sua non politicizzazione a monte, che gli ha permesso di unirsi al resto del popolo, perché anche lui prima di tutto si sentiva popolo, solo dotato di una miglior attitudine allo scontro, e non già schierato aprioristicamente. Si fosse verificata la seconda ipotesi si sarebbero avuti scontri fra ultrà filoregime e ultrà ribelli. La presa di coscienza politica, per loro fortuna, è stata non solo successiva alle rivolte, ma anche piena, non una semplice patina nobilitante e, tuttavia, priva di reale profondità.

Evento simile è successo a Istanbul, dove tutte le tifoserie, altrimenti nemiche, si sono unite a sostegno della rivolta di piazza Taksim, e forse è l’unico punto in comune fra la Primavera egiziana e quella turca. Anche qui i tifosi hanno potuto offrire all’ala creativa della rivolta il loro prezioso know how nel settore degli scontri di piazza contro la polizia. Vista in quest’ottica l’esecrata politicizzazione del tifoso nostrano è utile alle questure, che possono così ritenersi al riparo da ingerenze organizzate delle tifoserie e quindi reprimere in tutta tranquillità le manifestazioni politiche, ormai prive delle strutture paramilitari degli anni ‘70.

Il tifoso, se si aggrega solo per il colore della maglia, può quindi essere un prezioso alleato di chi incita alla rivolta, sia essa violenta o non violenta, però l’ultrà dovrebbe venire convinto a scendere in campo dalle ragioni politiche, caso per caso, ma questo non sembra essere compito cui i promotori di ribellioni sono preparati: da una parte intellettualisticamente snobbano il cafone da stadio, dall’altra sono più pregiudizialmente politicizzati di lui.

L’uso del calcio in politica, quella vera, movimentista e spontaneista, si va estendendo, purtroppo però solo verso oriente. L’ultimo caso è stato infatti in Iran: mentre sia la Guida Suprema che il neopresidente si felicitavano per la raggiunta qualificazione ai mondiali di calcio prossimi venturi, la folla invadeva le strade e non pochi ne hanno approfittato per inneggiare a Mir-Hosein Musavi, leader del movimento verde represso nel 2009.

Questo ultimo caso, a prescindere dalla propria visione personale sull’Iran e dalla limitatezza del fenomeno, può essere preso ad esempio in previsione dei prossimi mondiali: invece di fare come nell’82, quando i caroselli di macchine posero fine ai sussulti sociali degli anni ’70, si potrebbe approfittare dell’invasione incontrollabile delle strade per dare una spallata al potere. Peccato solo che le nostre tifoserie organizzate siano poco attaccate ai colori dell’Italia, preferendo quelli particolaristici.

Ferdinando Menconi

Rassegna stampa di ieri (23/06/2013)

ALTROVE LA RABBIA. QUI IN EUROPA SOLTANTO INERZIA