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SENTENZA ETERNIT: ECCEZIONALE. MA È QUESTO IL GUAIO

“Storica”. Nei media l’aggettivo ricorrente è questo, per definire la sentenza che è stata emessa ieri dalla Corte d’appello di Torino e che ha ribadito, aggravandola da 16 a 18 anni, la condanna di primo grado irrogata nel febbraio 2012 a carico del miliardario svizzero Stephan Schmidheiny. Il quale, come comproprietario dell’azienda che produceva l’eternit in Italia, è stato ritenuto colpevole di disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche.

I reati, più specificamente, si riferiscono agli stabilimenti piemontesi di Cavagnolo e Casale Monferrato, a quello campano di Napoli-Bagnoli e a quello emiliano di Rubiera. Dove, in un modo o nell’altro, si sarebbero omesse le necessarie misure a tutela della salute sia dei dipendenti che degli abitanti del circondario, causando numerosissimi casi di tumore provocato dall’amianto.

La sintesi, al di là dei dettagli (e delle virgole) di carattere prettamente giudiziario, è chiarissima: dovendo scegliere tra il profitto, proprio, e la salute, altrui, la multinazionale rappresentata da Schmideiny ha scelto il primo. Elementare, Watson. Ciò che conta è il vantaggio dell’impresa, ovvero di chi ne tira i fili: gli azionisti di peso e i manager di vertice. Il metro di misura sono i ricavi, gli utili, i quattrini. Tutto il resto è opinabile. E disprezzabile. Le leggi si riducono a degli intralci, che a seconda del loro ingombro, e del lassismo delle autorità preposte a farle osservare, vanno ignorate o aggirate. Oppure, ‘fanculo, violate senza troppe remore. Campa cavallo che il fatturato cresce. In caso di denunce si vedrà. Ci sono gli avvocati, i periti di parte, le lungaggini dei processi. C’è una tendenza generale, ai piani alti del sistema e di lì, a cascata, anche in vastissimi strati dell’opinione pubblica, a minimizzare le ripercussioni negative dello sviluppo industriale: saranno anche un male, per chi ne è colpito direttamente, ma un male che tuttavia deve essere accettato, e soprattutto non demonizzato, in nome dei molti altri benefici che ne derivano. Chiaro: bisognerà sforzarsi di limitare sempre di più l’entità e l’impatto dell’inquinamento e di ogni altro danno immediato o futuro, e però, nel frattempo, non si deve mai drammatizzare.

Basta leggere le dichiarazioni rilasciate subito dopo la sentenza dal pm Raffaele Guariniello, d’altronde. Le sue parole in cui la soddisfazione si intreccia a un filo (o a parecchi fili: a parecchi nodi) di incredulità: «Questa sentenza è un inno alla vita, un sogno che si avvera. Siamo andati al di là di ogni aspettativa». Le premesse che dovrebbero essere ovvie e che invece diventano un messaggio da sottolineare, quasi da urlare : «La posta in palio è la tutela dell'uomo e della sua salute». L’Italia, patria dei processi che si trascinano all’infinito e che non di rado si arenano su un nulla di fatto, che per una volta si erge ad esempio, su scala addirittura planetaria, della riaffermazione degli interessi popolari contro quelli del business: «La sentenza apre grandi prospettive anche per le vicende di Taranto e per le altre città che attendono giustizia. Non è finita qui e non è finita nel mondo. Siamo riusciti a fare un processo che nessuno è riuscito a fare in nessuna parte del mondo».

L’eccezione inebria: e ci associamo al brindisi.

L’eccezione inquieta: quanto dovremo attendere, per il prossimo verdetto da festeggiare?

Federico Zamboni

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