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Erdogan: il pericolo maggiore è interno al partito

L’ondata di ribellione che sta attraversando la Turchia non sembra preoccupare oltremodo il premier Erdogan che, nonostante un certo nervosismo di fondo, ostenta sicurezza e snobba i ragazzi di Piazza Taksim, mandando a parlamentare il suo vice mentre lui è in viaggio ufficiale in Nord Africa.

I ribelli, in effetti, non sembrano in grado di poter rovesciare il regime, ma il potere del premier è comunque a rischio ed a farlo cadere potrebbe essere un membro del suo stesso partito: il Presidente Gul, cofondatore, proprio con Erdogan nel 2001, del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP).

Gul fu il primo premier espresso dal partito nel 2002, ma già dal 2003 Erdogan lo sostituì, per restare aggrappato alla poltrona attraverso le successive elezioni, così che i rapporti fra i due andarono via via deteriorandosi, fino a raggiungere l’apice nel 2011, quando il Premier depennò dalle liste dei candidati alle legislative quelli più vicini al Presidente.

Quella di Presidente della Repubblica in Turchia è una carica priva di potere concreto, che è concentrato nelle mani del Primo Ministro, ma che permette a Gul di mantenere una buona visibilità, di cui sta ora approfittando per mettere in difficoltà il suo rivale Erdogan.

Infatti, all’arroganza autoritaria del Premier - «Non sono riusciti a batterci attraverso le elezioni e ora ci riprovano utilizzando metodi anti-democratici» - Abdullah Gul controbatte: «Se ci sono critiche e obiezioni, tolto il periodo elettorale, è normale che vengano espresse mediante proteste pacifiche», accreditandosi così presso le frange più moderate dell’insurrezione, quelle che potrebbero fare la differenza alla prossima tornata elettorale.

Gul, nonostante sia un buon musulmano vicino all’influente movimento di solidarietà musulmana Hizmet, ha sempre interpretato la faccia moderata del partito e non sempre ha approvato la deriva islamizzante del Primo Ministro, quindi, anche se non ha il carisma del collega di partito, potrebbe approfittare dell’occasione che gli danno gli scontri di piazza per detronizzarlo. Anche se, come il supponente Erdogan sostiene, le proteste al suo ritorno di giovedì si saranno già placate, farà meglio a non abbassare la guardia: il suo “nemico” non è alle porte ma già in casa. 

 

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