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Gradite un gianduiotto italo-turco?

Come dicono i media mainstream, la cessione della Pernigotti al gruppo turco Toksoz “fa notizia”. Quanto al perché, si suppone che non ci sia bisogno di chiarirlo. Per cui ci si limita ad aggiungere qualche riga sul fenomeno, che va avanti da anni e che riguarda imprese anche di gran nome come quelle della moda o comunque del “made in Italy” (il marchio nazionale che a torto o a ragione si affianca, in automatico, a quello aziendale), e l’articolo è bell’e finito.

Nella stessa giornata, d’altronde, si apprende che la Geox di Moretti Polegato ha acquistato i diritti di Diadora per Cina, Hong Kong e Macao, dal che si dovrebbe dedurre che il mercato non è solo in uscita. Poi, magari, sarebbe interessante fare i conti e vedere qual è il saldo complessivo, e peraltro momentaneo, ma semmai ci si penserà in seguito. Per il momento basta così. Basta che l’accaduto sia stuzzicante (come un cioccolatino…) e che perciò, appunto, faccia notizia.

Ma cos’è che colpisce davvero l’attenzione del lettore/spettatore medio? Il fatto che si tratti di un’azienda che produce dolciumi famosi, che dal Natale in giù sono legati alla dimensione affettiva del regalo più che a quella del consumo personale? O che a comprarsela sia una holding turca, ossia di una nazione che non è, o non ci appare, dello stesso rango di quelle occidentali?

Sia come sia, si resta in superficie. E c’è da scommettere che a moltissimi continui a sfuggire il tassello decisivo: nell’epoca della globalizzazione, con il movimento sempre più libero/incontrollato/parossistico dei capitali, la natura nazionale delle imprese tende a ridursi a mera apparenza. Il denaro, infatti, diventa apolide di per sé, al punto da assorbire in questa sua caratteristica, e perversione, anche coloro i quali lo possiedono. Gli individui in carne e ossa e, a maggior ragione, le persone giuridiche. Le delocalizzazioni sono lì a dimostrarlo. E le società a proprietà mista, nell’amplissima gamma che va da due soli comproprietari di nazionalità diversa fino all’azionariato diffuso tra gli investitori di tutto il mondo, lo innalzano a regola ormai acquisita.

Paradossalmente, oggi come oggi è più “italiano” chi pur essendo straniero produce all’interno del nostro territorio, anziché il contrario. Solo che, ovviamente, questa sua appartenenza non poggia su alcuna base che non sia il vantaggio economico e, pertanto, è a sua volta labile. Transitoria nella sua essenza, quale che sia la durata effettiva dell’attività svolta nei nostri confini. Egoista, e cinica, così come lo sono i suoi scopi.

La replica dei neoliberisti è nota: si deve rendere il proprio Paese appetibile agli investitori, innanzitutto con trattamenti fiscali di favore e norme sul lavoro che assicurino alle imprese la massima libertà d’azione – o di arbitrio. Bisogna essere attraenti. Disponibili a tutto. Praticamente irresistibili.

Un linguaggio che ricorda, chissà perché, quello della prostituzione.

Federico Zamboni

Pd da cura psichiatrica

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