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Giunse da Roma Francesco, e quietò i brasiliani irati…

Miracolo! Il Papa sbarca in Brasile (portandosi da sé il bagaglio a mano, viaggiando poi su una jeep scoperta, fraternizzando in modo assai informale con la folla in festa: prove evidenti e incontrovertibili della sua assoluta sincerità…) e secondo alcuni commentatori basta la sua presenza per rabbonire le masse in rivolta contro il governo.

Come scrive l’inviato della Stampa, Giacomo Galeazzi, «lungo le vie della metropoli carioca la rabbia si è trasformata in entusiasmo. Come il santo di Assisi con il lupo di Gubbio, così l'unico Papa che ha scelto il nome del Poverello ha ammansito la città ribelle attraversando come pellegrino di pace esattamente i luoghi-simbolo della contestazione anti-sistema. Un'ondata di partecipazione popolare così intensa e travolgente da bloccare il corteo papale e da far ammettere alle autorità brasiliane di aver commesso una serie di errori nel sistema di sicurezza».

Manco l’Osservatore romano o Famiglia cristiana. O forse sì, ma per loro, se non altro, l’aziendalismo papalino è nella logica delle cose. Che arrivi da altre fonti, invece, è del tutto inaccettabile. E parecchio sospetto.

Il punto, infatti, è che questo tipo di esaltazioni sono sballate dall’inizio alla fine. Al punto che redigere un elenco dettagliato dei motivi che le rendono tali rischia di dare luogo a una requisitoria fin troppo puntigliosa, che perciò andrà ridotta all’essenziale. Fissiamo subito il filo conduttore, allora. Ciò che proprio non va, e che precede qualsiasi giudizio di merito, non è nemmeno l’enfasi retorica con cui, fin dal primo momento si è accostata/sovrapposta la figura del nuovo pontefice a quella di San Francesco, sulla base alquanto opinabile del nome adottato dal cardinale Bergoglio dopo la sua elezione. Il “vizio capitale” è la superficialità con cui si guarda ai diversi soggetti in campo, nonché agli scenari storici, politici, economici, in cui essi si muovono. Una superficialità che induce, innanzitutto, a isolare dei singoli frammenti, a scapito del significato che essi possono avere, o non avere, all’interno delle dinamiche in corso.

Benché questa sia un tipico difetto dell’informazione a getto continuo che si riduce a cronaca spicciola – e che però finisce col surrogare le analisi complessive e davvero approfondite, sostituendole con una miriade di mediocri ma frequentissimi aggiornamenti e trasmettendo la falsa impressione che non vi sia bisogno di altro – in casi come questo la pessima abitudine diventa ancora più grave. Ancora più imperdonabile. Il viaggio in Brasile del Papa, infatti, non costituisce un avvenimento isolato che si può raccontare isolandolo dalle vere questioni cui esso si ricollega, beandosi delle edificanti immagini della popolazione che acclama l’Illustrissimo Ospite e che, a tal fine, rinuncia alle proteste che vanno avanti da settimane e settimane. Piaccia o non piaccia, i dissidi  che hanno acceso quelle manifestazioni sono sostanziali e tuttora irrisolti, per cui una momentanea interruzione non implica affatto che, per dirla col fiorito linguaggio del succitato Galeazzi, «il lupo di Gubbio» sia stato «ammansito» in via definitiva. Persino gli stessi titolisti della Stampa hanno tentato, prudenzialmente, di attenuare la smodata agiografia del loro inviato scrivendo che «La festa per Francesco scaccia (per ora) il clima della protesta».

Inoltre, cosa ancora più importante, l’attuale Papa è solo l’ultimo di una lunghissima serie, e non è consentito a nessuno di far finta che non sia così. La Chiesa che egli rappresenta ha il passato che ha, ivi incluso quello “recente” degli ultimi due secoli, e per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti del liberismo le ambiguità sono la regola, anziché l’eccezione.

Porre il problema della povertà, e dell’inclusione sociale, presuppone che se ne individuino le cause. Quelle cause che, nel modello economico imperante e di matrice occidentale, sono costitutive e ineliminabili. Ogni altro discorso, auspicio, appello alla solidarietà dei potenti o incoraggiamento alla speranza degli oppressi, è condannato per definizione a essere, e a restare, un cumulo di chiacchiere. Che per quanto suonino carezzevoli alle orecchie degli sprovveduti (o a quelle di chi, viceversa, è così smaliziato da coglierne benissimo l’utilità ai fini della conservazione dello statu quo) vanno sbugiardate senza la più piccola remora.

Non è la Fiera dei Buoni Sentimenti. Non stiamo parlando della tournée della novella popstar della Vatican Records, o della St Peter’s Production. O almeno: non dovremmo.

Federico Zamboni

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