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EGITTO: COUNTDOWN SOTTO GLI OCCHI DI USA E FMI

Soltanto poche ore, fino al pomeriggio di oggi, e poi la situazione egiziana potrebbe precipitare: andando molto oltre i tumulti dei giorni scorsi, che nonostante le decine di morti e le centinaia di feriti possono essere ancora rubricati come manifestazioni di piazza, e cominciando l’escalation verso una guerra civile.

Ieri, infatti, il Presidente Morsi ha rigettato l’ultimatum che gli era stato lanciato lunedì dalle Forze Armate, appellandosi alla piena regolarità delle elezioni del giugno 2012 e affermando che  «il prezzo per preservare la legittimità» di quel voto sarà «la mia stessa vita». Analogamente, i Fratelli Musulmani gli hanno confermato il proprio sostegno, lanciando un appello ai militanti affinché si tengano pronti a lottare senza risparmio. E addirittura, secondo il tipico frasario dell’estremismo islamico, fino al martirio.

In mancanza di un accordo in extremis, quindi, non sembra esserci alternativa al divampare dello scontro, che tuttavia non si esaurisce nella contrapposizione fra il partito di governo e gli oppositori scesi in strada e capaci di coinvolgere nella protesta parecchi milioni di connazionali. Ai due contendenti principali si aggiunge l’esercito, che pur avendo intimato di soddisfare «le domande della popolazione» non può essere considerato un tutt’uno coi dimostranti. Sulle vicende interne, inoltre, si stendono le ombre delle pressioni, o delle interferenze, straniere. A cominciare dagli USA.

Barack Obama si è mosso in prima persona, telefonando a Morsi e sollecitandolo a compiere dei passi «per dimostrare di essere reattivo alle preoccupazioni del popolo» in quanto «la crisi può essere risolta solo attraverso un processo politico». Indiscrezioni provenienti dal Pentagono hanno poi rivelato, o confermato, che l’iniziativa assunta dai militari egiziani gode dell’appoggio della Casa Bianca, su un asse che collega direttamente i rispettivi Capi di Stato maggiore, il generale Martin Dempsey e il generale Abdel Fattah al-Sisi.

Dietro le vicende in corso tornano dunque a balenare, con rinnovata intensità e pericoli addirittura crescenti, le profondissime e irrisolte ambiguità delle Primavere arabe: presentate qui in Occidente come “miracoli” di democrazia spontanea e invece segnate da condizionamenti esterni ed esposte ad esiti ben diversi. Da un lato la deriva integralista, che proprio con la vittoria dei Fratelli musulmani pareva aver trovato, in Egitto, uno snodo decisivo. Dall’altro una occidentalizzazione, innanzitutto economica, che anche in quest’area imprigionerebbe le istanze di libertà politica nelle gabbie del liberismo, magari con il concorso assai attivo dell’Fondo Monetario Internazionale. Che, com’è noto, è sempre impaziente di erogare prestiti in cambio di un’adesione “strutturale” ai suoi modelli competitivi e globalizzati.

Non sono malignità da complottisti: domenica scorsa, in un articolo pubblicato sul sito di Repubblica (qui), se ne parlava a chiare lettere, anche se ovviamente in termini neutri. Dopo aver premesso che «in Egitto i prezzi dell'elettricità, del carburante, del pane sono sovvenzionati dallo Stato, ma ormai lo Stato egiziano non ce la fa più», si arrivava al punto e si ricordava che «il Fondo monetario da più di un anno negozia un prestito di quasi 5 miliardi di dollari, ma il governo del presidente Morsi non dà nessuna garanzia di voler riformare l'economia. L'accordo sui soldi non arriva, quindi non arrivano i prestiti dell'Unione europea, quindi non ritornano gli investitori privati che anzi continuano a fuggire dal paese». 

Cambiano le latitudini, e i contesti, ma lo schema propagandistico resta all’incirca il medesimo: c’è un’emergenza che non dà scampo e l’unico modo di fronteggiarla è adeguarsi alle esigenze dei mercati. Gli egiziani anti Morsi inseguono un loro riscatto, e li si può capire. Ma stanno per firmare un contratto-capestro, ed è terribile che non lo capiscano.

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