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Letta dixit: «Italia e Grecia, Paesi del futuro»

Quanto bisogna essere ingenui, per dare credito alle parole di Enrico Letta in Grecia? Oppure, al contrario: quanto bisogna essere furbi, e cinici, per accoglierle senza sollevare la benché minima perplessità?

Le affermazioni interessanti, e molto più interconnesse di quanto potrebbe sembrare, sono essenzialmente due, lasciando in secondo piano sia la retorica sulle grandi tradizioni elleniche, che unitamente a quelle italiane «hanno dato il loro dna alla cultura europea», sia le promesse/ipotesi/chiacchiere sui miglioramenti ormai prossimi, per cui «il 2014 sarà l'anno della svolta» e «le presidenze semestrali dell'Ue di Grecia e Italia del prossimo anno saranno l'occasione per dimostrare che le due nazioni non sono paesi del passato, ma del futuro».

Da un lato, il Presidente del Consiglio contesta le strategie di bilancio imposte alla Grecia con la pretesa di risanarla: «Non ho dubbi che ci siano stati forti errori della Ue con strumenti e tecniche sbagliate. Senza modi e tempi giusti che hanno contribuito ad un avvitamento della crisi». Dall’altro, tuttavia, caldeggia l’utilità delle privazioni, e non solo di quelle greche, ai fini di un rilancio successivo: «deve essere chiaro che i sacrifici non sono fini a se stessi. Non sono l'obiettivo ma lo strumento per mettere a posto i conti e arrivare alla terra promessa della crescita, del lavoro, della stabilità: la speranza».

Come si vede (o come si dovrebbe vedere) i messaggi appaiono contrapposti ma in realtà vanno nella medesima direzione, che è quella di negare che la crisi venga scientemente utilizzata per una accelerazione in chiave neoliberista. Parlare di «errori», a proposito delle terrificanti misure alle quali i cittadini greci sono stati assoggettati, significa derubricarle a semplici sbagli di valutazione, escludendo perciò che vi sia stato un dolo specifico. Nonché, ancora prima, che quel dolo si incardini sulla difesa di precisi interessi finanziari.

All’opposto di quanto sostiene Letta, perciò, i «sacrifici» sono esattamente l’obiettivo che si intendeva raggiungere, allo scopo di far percepire come inevitabile nell’immediato, e proficuo nel medio e lungo termine, il drastico ridimensionamento tanto dei diritti dei lavoratori quanto dei sistemi di welfare. Il che significa, tra l’altro, mistificare la natura dell’impasse economica che si è determinata dal 2008 in poi, scaricandone sulle nazioni non solo gli oneri ma la stessa responsabilità. La stessa “colpa”.

Un processo di manipolazione collettiva che è pieno di sfaccettature – e infatti qui sul Ribelle lo stiamo seguendo/denunciando fin dall’inizio e con innumerevoli articoli – e che porta alle estreme conseguenze la nota e giustissima massima secondo la quale «la Storia la scrivono i vincitori». Nell’Occidente contemporaneo la cronaca si sostituisce alla Storia, affinché ci si dimentichi che sotto la superficie si stendono ben altre profondità, e la vittoria si cerca di ottenerla sotto forma di resa semi spontanea. Ai popoli che abboccano si racconta che oggi va così, ma che per quanto il presente sia duro, o persino tragico, in seguito andrà meglio.

Dice Enrico Letta: «È importante prendere i risultati positivi e le scelte forti che il governo greco ha preso in questi mesi e giorni come segnale per il futuro. È importante che tornino la fiducia e gli investimenti, e si evitino altre crisi».

Già: ma «importante» per chi?

 

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