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Al posto dell’X Factor il Fattore A. Come arte

«I talent show producono solo nullità». Magari Elton John non avrà ragione al cento per cento, nell’essere così drastico, ma in massima parte sì. E anche in quest’ambito, come in innumerevoli altri, una critica che sia fondata nella stragrande maggioranza dei casi è una critica giusta. Per non dire sacrosanta.

Tutt’al più, va chiarito il presupposto. Che non verte né sull’efficacia del prodotto televisivo, né sull’abilità di chi partecipa alla gara o addirittura la vince. Il presupposto è spiccatamente artistico. E per “artistico” si intende ciò che va al di là della semplice perizia, innalzandosi a qualcosa di più significativo di una buona esecuzione. Un confine sfuggente, se si pretende di tracciarlo sulla base di un criterio universale e dimostrabile, ma che diventa nitido nell’esperienza concreta. E che bisognerebbe essere in grado di cogliere senza lasciarsi condizionare dalle proprie preferenze.

Per esempio: Lucio Battisti. Immaginatevelo, redivivo e sconosciuto, che si presenta alle selezioni di uno di questi programmi-baraccone e con quella sua voce improbabile “intona” una qualsiasi canzone, specialmente se non scritta da lui stesso. Il verdetto sarebbe impietoso: timbro poco meno che sgradevole, estensione modesta, musicalità incerta. Ergo, grazie tante e avanti un altro.

Iniziamo a capirci? Un discreto cantante da piano bar farebbe di sicuro una figura migliore. Primo, perché ha una voce più “bella” (un po’ come le star dei fotoromanzi avevano una faccia più bella di Dustin Hoffman o di Gigi Proietti). Secondo, perché è abituato ad adattarsi a un repertorio preesistente ed eterogeneo. La clientela chiede, lui provvede. La giuria lo mette alla prova – alla prova di che? – e lui si impegna di buon grado. Non avendo nessuna verità artistica da affermare, e preservare, non ha alcuna remora a mettersi al servizio della pseudo verità della competizione, che si impernia non già su un talento eccezionale, benché orientato in una direzione così personale da escludere quelle altrui, ma su un professionismo onnicomprensivo – e onnivoro.

Secondo esempio: Jim Morrison, il cantante-poeta-performer dei Doors. Lui non voleva nemmeno cantare all’inizio. E anche dopo, quando ormai era celeberrimo e osannato, il suo approccio rimase quello di un artista che non è interessato a interpretare nessun altro che sé stesso. Mica doveva fare delle audizioni, per vedere se risultava adatto ad aggiudicarsi un ruolo in un musical. Mica doveva convincere i discografici ad affidargli un pezzo scritto apposta per scalare le classifiche – e poi chi lo canta lo canta.

Già. Jim Morrison sapeva “fare” soltanto Jim Morrison. E lo sapeva “fare” così bene perché in effetti “era” Jim Morrison.

Un orizzonte circoscritto, ma straordinario. Uno spazio limitato in ampiezza, ma costellato di profondità vertiginose. Nelle quali calarsi. Da cui risalire.

Una tipica lezione del rock, quello autentico, in antitesi al pop, e figuriamoci al trash. Una lezione che d’altronde è sempre esistita in altre forme espressive, dalla letteratura alle belle arti. Una lezione che non ha un solo nome, e men che meno una sola formula, ma che o prima o dopo rivela le sue parole magiche. A cominciare da quella fondamentale: creatività.

Federico Zamboni

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