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Grillo a colloquio con Napolitano. Ma a quale scopo?

Un’altra mossa poco chiara, da parte di Grillo. Anzi, una successione di mosse: visto che alla sortita iniziale, già alquanto nebulosa, si sono aggiunte quelle successive. Ad aprire la sequenza, due giorni fa, è stato un post (qui) che tornava a sparare a zero sulla classe politica e che, dopo aver chiesto/intimato che «Napolitano vada in televisione, in prima serata e parli alla Nazione. Dica la verità sullo stato dell'economia, sulle misure che dovremo prendere, sui sacrifici enormi che ci aspettano», approdava a questa chiusura: «Quest’agonia non può durare. Chiedo un incontro con Napolitano».

Sulle critiche, naturalmente, c’è ben poco da eccepire. L’unico distinguo, semmai, è che nell’ansia di attaccare il sistema dei partiti si tende a sottovalutare, non solo in questo specifico intervento ma in generale, i vizi del sistema economico. Accreditando l’idea, sbagliatissima, che i problemi nazionali dipendano solo dalle malefatte dei politici, quando invece la loro prima causa risiede in quel modello liberista che è di per sé stesso incompatibile con il bene comune dell’intera popolazione. La corruzione e il malgoverno sono solo degli effetti, certo gravissimi ma pur sempre accessori rispetto allo strapotere del denaro, delle banche, della speculazione finanziaria.

Riprendiamo il filo principale. Grillo sollecita un incontro col presidente della Repubblica e probabilmente si aspetta che la richiesta cada nel nulla. Figurarsi: Napolitano è il manovratore che è, ovvero il demiurgo sia del governo tecnico che di quello di larghe intese, e non si può certo pensare che sia interessato a dialogare con chi, sia pure a sprazzi e con molte contraddizioni, lo addita come uno dei colpevoli del disastro in cui siamo precipitati.

Invece, con un’ennesima dimostrazione di sagacia (o di furbizia), il Capo dello Stato decide di accettare. Fissa a tambur battente una data e un orario, venerdì 5 luglio alle 11, e la comunica attraverso una nota firmata dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra. Grillo si dichiara «felicemente sorpreso» ma prova a rinviare l’appuntamento alla prossima settimana, invocando altri impegni già assunti. Tuttavia, e proprio questo sarà l’epilogo, precisa anche di essere pronto a sacrificare l’agenda personale: «Se non potrà essere spostata la data, per il bene del Paese ci saremo».

Domani mattina, dunque, il leader del M5S salirà al Quirinale, con una delegazione del MoVimento, e avrà modo di conferire vis-à-vis col presidente della Repubblica. Con quali intenzioni, però? Con quali aspettative? Con quali finalità?

La chiave di volta è evidente, a meno di essere del tutto sciocchi o in malafede. Con Napolitano non ci può essere alcun dialogo, per chi aspiri a un ordine economico e politico che sia in antitesi a quello vigente. Napolitano, al quale si possono fare mille addebiti ma che di sicuro non è uno sprovveduto, non ha il benché minimo interesse ad ascoltare, e men che meno ad accogliere, alcuna istanza che vada in direzioni diverse da quelle che sta seguendo. Ci mancherebbe altro: alla sua età, e col suo percorso, è totalmente conscio di ciò che ha fatto e che sta facendo, ossia del disegno strategico che sta contribuendo a trasformare in realtà. Non c’è nulla di casuale, nella sua azione. Nulla di improvvisato. Nulla che non sia stato accuratamente ponderato, e avallato, e perseguito, accettando con la massima lucidità di farne pagare il prezzo alla generalità dei cittadini.  

L’unica ragione di incontrarlo, perciò, è tentare di smascherarlo agli occhi di chi ancora non lo abbia messo a fuoco e continui a illudersi che sia altro da ciò che è, confondendo l’anzianità con la saggezza e l’aspetto da nonno benevolente, che fu già di Ciampi, con un’autentica vicinanza agli innumerevoli “nipotini” che si dibattono nel pantano della crisi.

Una partita delicatissima, di cui bisogna avere quanto mai chiare le insidie. A cominciare dal rischio, assai concreto, di accreditare comunque Napolitano come una figura distinta, e migliore, rispetto all’attuale Esecutivo e alla maggioranza che lo sostiene. La posta in gioco, che finora Grillo & C. sembrano aver ampiamente sottovalutato, ha un nome preciso: legittimazione. Un processo di estrema complessità che ricomprende una miriade di fattori, dagli atti che si compiono alla comunicazione che si alimenta. E in questo senso, a proposito, suona davvero stonato quel «felicemente sorpreso» proferito dopo aver appreso che Sua Maestà Re Giorgio aveva deciso, quel honneur, di concedere udienza. Di cosa accidenti ci si rallegra? Di essere ricevuti a palazzo? Di poter ripetere a voce quello che la controparte sa già alla perfezione, e di cui ha dato ampia prova di infischiarsi?

Se il colloquio di domattina si risolverà in una resa dei conti, pubblica e definitiva, bene. In caso contrario, sarà servito solo a perpetuare l’equivoco di un Capo dello Stato super partes, che presta orecchio un po’ a tutti e che, pur decidendo a modo suo, lo fa con le migliori intenzioni.

Un altro errore clamoroso di Grillo, se andrà a finire così.

Federico Zamboni  

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