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Rammstein – 09 luglio 2013 – “Postepay – Rock in Roma”, Ippodromo delle Capannelle

In principio furono Throbbing Gristle, insieme ad un ristretto manipolo di coraggiosi sperimentatori e semiclandestini avanguardisti.

Clangori di pressa, potenza del fuoco, frantumazione della materia che si trasforma in un impasto da rimodulare in nuova forma…

La sfida più ambiziosa era quella di raccontare una società, quella che si avvicinava al terzo millennio, attraverso una metafora “industriale” che riuscisse a dare contezza sonora, oltre che testuale, delle nevrosi e delle ansie generate dalla corsa verso il progresso. Rumore ragionato come nuova ratio, dunque, e macchine da fabbrica che facevano la loro inaspettata comparsa sugli stage concertistici, stravolgendo il concetto di ascolto e di musica acustica.

Qualche anno dopo, e su tutte e due le sponde dell’Atlantico, varie band testavano la convivenza, la connivenza, tra rock (spesso duro) e svariate diavolerie elettroniche in un processo di straniamento sempre più pronunciato dei metodi di composizione tradizionale. Sequencers, drum machines, campionamenti, sintetizzatori, presse industriali…. Einstürzende Neubauten, Killing Joke, Big Black, Skinny Puppy, Depeche Mode e Ministry, ognuno seguendo un proprio percorso specifico e ognuno raccogliendo frutti diversi, tratteggiavano una serie di nuove linee guida per tutti coloro che bramavano un salto nel futuro a sette note.

Poi, con l’arrivo degli anni Novanta, fu la volta dei Nine Inch Nails, che con Downward Spiral dimostrarono come con un suono aggressivo e “industriale” si potesse arrivare in cima alle charts, e dei Prodigy, che con The Fat of The Land trasformarono milioni di discotecari in metallari e viceversa.

Nello stesso periodo, a Berlino, Till Lindermann, ex promessa del nuoto teutonico con la fissa per il porno e un timbro di voce metallico e decisamente “krauty”, lascia il suo lavoro precario di intrecciatore di cestini (!) per unirsi al chitarrista Richard Z. Kruspe-Bernstein e altri due amici, Oliver Riedel (basso) e Christoph Schneider (batteria). L’idea è quella di partecipare a un concorso musicale e vedere cosa succede. Il fatto è che questo concorso va alla grande e la neonata band, che si è presentata con un nome assolutamente programmatico rispetto alla sua proposta musicale, Rammstein (in tedesco, più o meno, “pietra battente”; anche se, secondo alcuni, il riferimento è quello alla città tedesca in cui nel 1988 avvenne la terribile sciagura delle Frecce tricolori che  costò la vita a 67 persone), vince il primo premio, cioè la possibilità di incidere un album. Che fare? La decisione è fin troppo ovvia: Lindermann, digerita definitivamente la delusione di non essere diventato una star della vasca corta, decide che si può provare una nuova avventura. Dietro a un microfono.

La sfida, per uno che ha un “vocione” gutturale come il suo e la tendenza a tirar fuori liriche abrasive ma rigorosamente in madrelingua, è quella di adattarsi al tessuto sonoro molto variegato “cucito” dai suoi compagni, in cui ad un impianto di chiara matrice rock-metal, fa da contraltare un ricorso costante e diversificato a varie declinazioni “industriali”, con batterie elettroniche, beat techno e inserti drum ‘n’ bass che si rincorrono all’interno delle canzoni. Ne viene fuori una mistura sporca e aggressiva che, in episodi come la title track del disco, Herzeleid, o in Rammstein, dà l’immediata sensazione che l’ensemble tedesca, nel frattempo arricchita dall’arrivo del mastro di tastiera “moderna” Christian Lorenz e del secondo chitarrista Paul Landers, abbia trovato una quadratura del cerchio compositivo nettamente più equilibrata rispetto a tante altre band che stanno battendo, più o meno, i loro stessi percorsi.

Inoltre, ed è un elemento che non può non saltare agli occhi, i sei ragazzi tedeschi, fin dalle prime esibizioni dal vivo, fanno in modo che la loro proposta musicale abbia una cornice visiva assolutamente fuori dalla norma e assolutamente in sintonia con la loro weltanschaaung, tutta imperniata sui concetti di odio, morte e violenza. Ecco dunque dei live sets, pieni di spari, esplosioni e immagini forti che rendono i concerti dei Rammstein degli happenings di sicura originalità che consentono  alla fama della band di espandersi oltre i patri confini.

Il passo successivo è un follow up discografico, Sehnsucht, che in Germania debutta direttamente al primo posto nelle classifiche di vendita e che nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti è comunque in grado di guadagnarsi grandi onori tanto nei numeri, quanto negli apprezzamenti da parte della critica. Tier, Sehnsucht e Buck Dich sono la dimostrazione inconfutabile che il combo berlinese ha portato a completa maturazione le intuizioni degli esordi, con una commistione tra metal ed elettronica varia (soprattutto quella più “ballabile”) che ha raggiunto un livello sincretico di rara omogeneità e che Christian Lorenz, con un bellissimo neologismo, definisce tanz metall, qualcosa di simile a dance metal. In effetti, rispetto al full lenght d’esordio, questa seconda prova discografica delinea una maggiore attenzione per le sonorità elettroniche rispetto a Herzeleid,  con una cura della produzione molto più marcata e con due singoli, Engel e il fortunatissimo Du Hast, che aiutano i Rammstein ad espandere enormemente la propria audience in Germania e all’estero.

È l’inizio di una consacrazione internazionale che, da quel momento in poi, diventa inarrestabile, grazie anche al regista americano David Lynch, il quale, dopo essersi professato fan numero uno del gruppo, inserisce due estratti di Herzeleid nella colonna musicale del suo enigmatico e affascinante Lost Highways. In mezzo a questo turbine di riconoscimenti e onori, non mancano però dei problemi: la band, infatti, è costretta più volte a dover fronteggiare delle accuse di filo nazismo e di istigazione alla violenza tanto infondate quanto fastidiose (e che, purtroppo per loro, continueranno anche negli anni a venire). Per fortuna Lindermann e soci non si lasciano scoraggiare e vanno avanti con una nuova prova in studio, Mutter, che non tradisce le ormai grandi attese nutrite nei loro confronti.

Questa terza release in studio, che ha nella potentissima Mein Herz Brennt, in Feuer Frei (inserito nella colonna musicale del fortunato XXX) e nell’anthemica Rein Raus gli episodi forse più notevoli, si distingue dai suoi predecessori per una prevalenza della chitarra sui beats elettronici e sui campionamenti e per un lavoro di orchestrazione generale dei suoni molto più articolata rispetto al passato, oltre che per un apparato testuale nel quale, alle tematiche violente e/o licenziose degli esordi, subentrano delle liriche votate all’introspezione e alla riflessione. Ancora una volta i risultati sono lusinghieri su tutti i fronti, confermando l’act di Berlino tra le realtà internazionali più amate del nuovo millennio.

Gli anni “ due punto zero” vedono l’uscita di altri tre album, Reise Reise, Rosenrot e Liebe ist für all da, che non raggiungono la grandezza dei primi tre lavori, ma che risultano comunque ellepì di grande successo e confermano la bontà della “formula” Rammstein, che continua comunque a trovare nei live la dimensione espressiva (eccessiva) forse più congeniale e riuscita.

Ed è proprio per quest’ultimo motivo che domani, alle 21:45, non dovreste “bucare” per nessun motivo la loro tappa al Postepay Rock in Roma (aprirà DJ Joe Letz alle 20:15). Dopo l’incendiario - nel vero senso della parola! - concerto di Bologna ad aprile scorso, la band teutonica arriverà sullo stage delle Capannelle con la ferma intenzione di offrire al suo nutrito contingente di fan uno spettacolo da non dimenticare, prima di terminare la propria tournée italiana l’11 a Codroipo (UD) . Preparatevi dunque ad assistere alle follie e ai travestimenti di Lindermann e soci e a ricevere nei vostri padiglioni auricolari una sferzata di energia che vi farà tremare come foglie al vento durante tutta la loro esibizione. Are you ready, guys?

Per informazioni: 06 5422 0870.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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