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I pregiudizi dei giudici. E quelli degli elettori

La Cassazione si è espressa, confermando la condanna per frode fiscale ma rinviando gli atti alla Corte d’appello di Milano per determinare diversamente la durata dell’interdizione dai pubblici uffici. In termini giuridici, dunque, la sentenza a carico di Berlusconi diviene inappellabile. Come si dice, passa in giudicato.

Tuttavia – e anche questo rientra nell’anomalia berlusconiana, che a sua volta va inquadrata in una più ampia anomalia italiana – è certo che il verdetto non basterà nemmeno lontanamente a modificare l’orientamento della generalità degli elettori PdL, e men che meno quello dei fan del Cavaliere. Avendo essi “deciso” già da tempo di ignorare l’esito di qualsiasi processo, nel presupposto che essi siano viziati per definizione da un’ostilità preconcetta o persino da una deliberata e incrollabile volontà di eliminare per via giudiziaria un avversario che non si riesce a debellare per via politica, il loro sostegno rimane inalterato. Berlusconi appare sempre di più la vittima di una macchinazione e perciò, paradossalmente, il suo ascendente come Capo supremo del centrodestra ne esce rafforzato. Fino, vedi l’imbarazzante filmato dell’imbarazzantissimo “Esercito di Silvio” che prima esulta per la presunta assoluzione e poi rimane attonito quando si rende conto che le cose non stanno affatto così, all’adesione più acritica e appassionata, nel segno di un tipico culto della personalità.

Un atteggiamento che sarebbe inquietante anche se riguardasse questo singolo personaggio, vista l’ampiezza del suo seguito elettorale, ma che in realtà è assai più diffuso di quanto non si pensi. E di quanto, in particolare, piaccia pensare a chi si colloca sull’altro grande versante del bipolarismo italiano, votando per il Pd, oppure a quelli che, in modo trasversale, si ostinano ad attribuire straordinarie doti politiche e ancora prima umane al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Ciò che accomuna tutte queste posizioni, infatti, è la mancanza di un adeguato sistema di valutazione, che invece di basarsi su una vera capacità di analisi – con un congruo approfondimento dei diversi aspetti e delle diverse figure (o se si preferisce dei diversi ruoli che esse svolgono) – si ferma alle impressioni soggettive, confidando che esse equivalgono a dei giudizi meditati e competenti.

Detto in altri termini, i più si comportano come magistrati che si rifiutino di leggere accuratamente le carte processuali, ritenendo di capire al colpo d’occhio quanto basta per emettere la sentenza. Magistrati che, inoltre, non fanno riferimento alle medesimi leggi, ai medesimi codici, alla medesima giurisprudenza, creandosi invece da sé il proprio apparato normativo – o presunto tale, vista la sua labilità concettuale.

La conseguenza è quella che vediamo: una disintegrazione del comune sentire, e del comune pensare, per cui ognuno si ritiene in diritto di giudicare la politica, e l’economia, e chissà che altro, a prescindere dai fatti. Riducendoli tutti a falsità, quando gli sono sfavorevoli, o viceversa esaltandoli come dimostrazioni definitive e inoppugnabili, quando confermano, o sembrano confermare, i suoi convincimenti.

Che esista una magistratura in malafede, o quantomeno obnubilata dai suoi pregiudizi, è possibile. Che gli stessi “virus” abbiano colpito le giurie popolari, ossia gli elettori, è arcisicuro.

Federico Zamboni  

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