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E-Cig: maxi tassazione, maxi rischi per il settore

Gli effetti ci sono già, e sono massicci. Secondo Ovale Italia, che fa capo a un gruppo internazionale, «Con il solo annuncio del decreto che prevede una tassazione spropositata per le e-Cig e gli accessori, il gruppo ha subito una perdita del 50% del fatturato».

Il decreto, più precisamente, è quello relativo alle norme su Lavoro e Occupazione, e la diatriba che si riaccende oggi era già divampata tra giugno e luglio, dopo che il governo aveva deciso di equiparare le sigarette elettroniche a quelle tradizionali, portando il prelievo al 58,5 per cento. Sorvolando sulle valutazioni di carattere sanitario, e quindi sull’opportunità o meno di favorire un prodotto alternativo a quelli preesistenti e altamente cancerogeni, uno dei principali motivi di dissidio era e resta di natura economica: l’impatto dell’aggravio fiscale sulle vendite, la cui contrazione minaccia di ridurre parecchio il volume d’affari del settore, mettendo a rischio le imprese che sono sorte sull’onda del successo commerciale ed erodendo il gettito effettivamente riscosso dall’erario.

In entrambi i casi si tratta di contraccolpi ampiamente previsti, ma sostanzialmente ignorati da Palazzo Chigi. Nell’ansia di racimolare risorse aggiuntive con cui soddisfare altre esigenze di bilancio, a cominciare dal mancato aumento dell’Iva e dalla abrogazione totale o parziale dell’Imu, l’esecutivo si è tenuti stretti i suoi calcoli astratti e ha fatto finta di niente. Un classico esempio di contabilità sulla carta, in cui si dà per scontato che l’impennata delle aliquote proietti all’insù gli introiti pubblici, anziché trascinare all’ingiù gli incassi delle aziende e i relativi versamenti dovuti allo Stato.

Viceversa, quella che si profila è una realtà ben diversa. Sempre secondo Ovale Italia, «A fine anno la stima è che il calo del fatturato raggiungerà almeno l'80%. Il danno avrà ripercussioni sociali ed economiche di enorme portata. Secondo i nostri studi lo Stato avrebbe continuato ad incassare, soltanto dal gruppo Ovale, tra i 60 e i 70milioni di euro (tra Iva e tasse varie); ora quella cifra probabilmente si ridurrà a pochi milioni di euro».

Ancora più temibili le ricadute negative sui piccoli operatori, che nel nuovo business avevano trovato un rimedio alla disoccupazione: altre migliaia di posti di lavoro che sembrano destinati a sparire, accentuando l’effetto boomerang dell’intera operazione. A conferma del fatto, peraltro evidente, che il “rigore di bilancio” è un dogma perverso, la cui applicazione non può mai e poi mai essere svincolata da un attentissimo esame degli esiti che va a innescare.

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