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Seconda Repubblica SpA: un problema di management

Si sono imbottigliati. La sintesi di quanto va accadendo nella politica italiana, laddove per politica si è purtroppo costretti a intendere quel miserabile pasticcio che sono i partiti, è tutta qui: a forza di rinviare all’infinito le soluzioni autentiche, e dunque profonde, e talvolta brutali, gli stessi artefici delle dinamiche che ci hanno condotti alla situazione attuale si ritrovano in una specie di stallo. La strategia complessiva è chiarissima. Il guazzabuglio tattico si è complicato come non mai.

La strategia complessiva, manco a dirlo, è quella che riguarda il modello economico. In quest’ambito, che è l’unico davvero decisivo, i margini di manovra sono pressoché nulli, in quanto dettati da entità sovrannazionali che né il PdL né tantomeno il Pd hanno le capacità e l’intenzione di contrastare. Per chi possieda la lucidità necessaria a guardare al di là delle diatribe sull’Imu, e più in generale sui tempi e sui modi di un qualche allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica, è evidente che i massimi vertici si sono accordati da tempo. Come minimo, vedi quanto abbiamo scritto e ribadito negli ultimi due anni, a partire dall’autunno 2011 in cui Berlusconi accettò di rassegnare le dimissioni e di consentire l’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi.

Viceversa, ora come allora, rimangono irrisolti numerosissimi altri aspetti, che rimandano a due esigenze principali. Da un lato la rimodulazione del bipolarismo: bisogna attenuare, fino a rimuoverla, quell’anomalia berlusconiana che è stata utilissima per accelerare il degrado collettivo ma che adesso non è più compatibile con l’immagine efficientista e pseudo sobria che si vuole dare, nell’intento di accreditare la spietata competizione iperliberista in termini etici (lo Stato che amministra con parsimonia) e meritocratici (solo i migliori avranno successo e si arricchiranno). Dall’altro lato, la necessità pressante consiste in un riassetto delle camarille che si agitano intorno alla lotta per il potere. O meglio del sottopotere, se si va al di là delle proporzioni dei diversi business e del fatto che se ne ritraggano oppure no delle vere e proprie tangenti.

Il dato di fatto è che nei decenni precedenti, che si riducono a un paio per quanto concerne la Seconda Repubblica ma che in un modo o nell’altro ricomprendono anche quelli della Prima, si è creata una vastissima ragnatela di interessi, e di abusi, e di connivenze, che ha moltiplicato all’eccesso il numero dei soggetti da soddisfare. Soggetti che per lo più, specialmente nelle pubbliche istituzioni ma anche altrove – ossia nell’immenso “parastato” foraggiato a vario titolo coi soldi dell'erario, dalla Stampa alla Sanità, dal mondo dello spettacolo e della cultura all’economia assistita – non avevano nessun’altra dote personale che il loro essere pronti a tutto pur di assecondare il meccanismo nel suo insieme.

Per usare un linguaggio industriale, quindi, ci troviamo di fronte a un gigantesco problema di riconversione, stante il restyling del prodotto economico-politico da vendere all’elettorato, e di sfoltimento degli organici aziendali, che sono diventati sovrabbondanti e che non sempre appaiono in grado di allinearsi al nuovo corso, essendo troppo impregnati del know-how appreso finora.

Il governo di larghe intese, analogamente a quello “tecnico” che lo ha preceduto, si pone perciò come una joint venture, : ed è un gravissimo errore sia scambiare le diatribe di facciata con dei disaccordi autentici e insormontabili, sia confondere i pochissimi, veri titolari dell’accordo con il multiforme codazzo dei manager, o presunti tali, che vi ronzano intorno.

Federico Zamboni  

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