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Una ribellione senza riserve (indiane)

I punti di partenza, per cominciare. E attenzione: questa che sembrerebbe un’ovvietà (da che altro vuoi cominciare, se non dai punti di partenza?) in moltissimi casi non lo è affatto, perché spesso le discussioni prendono spunto da una questione specifica. Che appartiene invece al mondo delle conseguenze, rispetto a determinate premesse, e che fa da detonatore occasionale. Dicendoci molto più dell’insofferenza che si è accumulata nel frattempo, anziché delle domande decisive che bisognerebbe porsi e, sempre ammesso che esistano, delle relative risposte.

Il tema sul tappeto, dunque, è quello dei limiti, e delle insidie, di una ribellione che si snodi all’interno delle società occidentali contemporanee, senza però trasformarsi in un’iniziativa di carattere prettamente politico o, addirittura, in un progetto con aspirazioni rivoluzionarie. Il timore, comprensibilissimo, è che escludendo a priori di poter abbattere il sistema esistente ci si consegni a una sorta di limbo, nel quale si vive più o meno bene, ma che equivale a un ghetto. Oppure, come ha scritto Vittorio Paniccia nel dibattito che si è acceso a partire dall’articolo “Fate così, fate cosà: il sistema ci ammaestra”, a «una "riserva indiana" nella quale [il sedicente ribelle] può fingere di essere quello che non è (più)?».

Un isolamento, insomma, che per quanto motivato e in buona fede finisce con l’essere irrilevante o persino nocivo, ai fini di un cambiamento della società circostante, e che perciò diviene colpevole: al posto della guerriglia in mezzo alle montagne, in stile Che Guevara in Bolivia, qualche trekking solitario o con pochi amici (amici, non compagni d’arme) in cerca di aria più respirabile, di panorami più suggestivi, e di qualche altra impressione/illusione che ci aiuti a dimenticare, per un po’, fino a che punto siamo imprigionati nelle reti del sistema oggi dominante. Un disallineamento che, al di là delle ottime intenzioni di chi si sforza di fare comunque qualcosa di meglio che omologarsi alla stupidità dilagante, si risolve in un favore all’establishment. Il quale, infatti, se ne strafrega e forse ne sogghigna persino, nella consapevolezza che le ribellioni sporadiche, individuali o giù di là, non lo disturbano affatto. E men che meno lo minacciano.   

Come ha sottolineato Ugo Lorenzi, «finché un sistema così ferocemente omologatore resta vincente può tollerare al suo interno solo un ristretto numero di eccezioni. Eccezioni che devono servire sia come valvola di sfogo per gli irriducibili sia per far credere agli altri che siamo ancora in democrazia e che le alternative sono sempre possibili ecc. (tanto finché i sentieri alternativi resteranno o sembreranno molto difficili da perseguire il grosso del gregge continuerà a seguire le vie maestre già spianate e predisposte ad arte per lui). Quando il sistema avverte come eccessivamente pericolosa una minoranza mi sembra che cerchi di schiacciarla e sostituirla con un'altra più innocua».

Sono osservazioni ineccepibili, e delle quali noi della redazione del Ribelle siamo pienamente consapevoli. Tuttavia, lo siamo altrettanto che uno degli errori più gravi che si possano commettere, specie in un’azione metapolitica come la nostra, consista nel confondere la sconfitta in atto con una sconfitta definitiva. Un conto è riconoscere con la massima lucidità i rapporti di forza odierni, evitando di coltivare il sogno, o il delirio, della rivoluzione-prossima-ventura, e tutt’altro è considerarli ineluttabili di qui all’eternità, sprofondando nella frustrazione od optando, nella migliore delle ipotesi, per un nichilismo attivo da declinare in chiave esclusivamente soggettiva.

Il nostro approccio, ed eccoci al cuore dei succitati punti di partenza, si fonda su due cardini: il primo è che bisogna comprendere a fondo la realtà per come è, in modo da poterne individuare, e denunciare, le finalità, i meccanismi e le mistificazioni; il secondo è che non si deve rinunciare all’idea di una realtà alternativa, rafforzando qualunque elemento – culturale, etico, psicologico, esistenziale, e chi più ne ha più ne metta – che serva a mantenere vivi quei valori che il neoliberismo mira a cancellare, in quanto antitetici a una concezione economicistica dell’Uomo.

 

Un passo indietro, a questo punto. Quando La Voce del Ribelle è nata, nel 2008, l’obiettivo era “solo” quello di riunire alcuni giornalisti che per capacità professionale e autonomia da qualunque tipo di potentato fossero in grado di dare vita a un mensile  qualificato, benché in totale controtendenza rispetto alla stampa mainstream. La presenza di Massimo Fini ne era l’esempio più evidente e prestigioso: una “grande firma”, che era riconosciuta come tale anche da chi non ne condivide nemmeno mezza posizione, orgogliosamente lontana dalle “grandi testate” tipo Corriere o Repubblica.

Sia pure con queste ambizioni, però, l’orizzonte rimaneva circoscritto a un’attività editoriale. Approfondire i diversi temi, scrivere articoli di ampio respiro, convogliarli in un periodico che non chiudesse nel giro di qualche mese e che perciò, nell’arco degli anni, potesse costituire un riferimento sicuro per i lettori, allo scopo di avere delle chiavi di lettura diverse con cui interpretare non soltanto le notizie del momento ma i fenomeni di più lunga persistenza. Una via di mezzo, se vogliamo, tra l’informazione a ciclo continuo e la saggistica.

Poi, come ben sa chi ci segue da tempo o addirittura dall’inizio, ci è venuta la voglia di fare anche altro. Dapprima qualche pezzo più breve, e più immediato, da pubblicare sul sito, e poi, un po’ per volta, uno spazio quotidiano alimentato con regolarità, che ci ha portati alla versione attuale. In parallelo, la web radio. Che in effetti preesisteva al mensile ma che era un’entità a sé.

Il succo, senza dilungarsi ulteriormente, è che all’origine il Ribelle ha questo Dna spiccatamente giornalistico, mentre solo in seguito ha iniziato a delinearsi una funzione diversa, che si potrebbe definire “di community” (che forse è un po’ troppo modaiolo) o “di comunità” (che forse è un po’ troppo altisonante). Terminologie a parte, la sostanza è la stessa. Svariati dei lettori – ma ormai la definizione va stretta, visto il rapporto che si è instaurato – si spingono molto al di là dei commenti ai singoli pezzi e si interrogano sul senso, e dunque sulla validità, di una ribellione che non abbia anche un intento, una prospettiva, un esito, di natura propriamente politica. Ovvero che non porti, per dirlo in maniera più chiara, a uno scontro aperto con l’establishment.

La nostra risposta, in linea con quanto abbiamo già detto e scritto in precedenza, è che il Ribelle intende svolgere un’azione che sia piuttosto metapolitica. A scanso di equivoci, però, dobbiamo aggiungere qualche chiarimento. Il primo dei quali è che non bisogna confondere la teoria con l’astrattezza. La teoria, se concepita e sviluppata in modo rigoroso, è la messa a fuoco di tutto ciò che precede, e prepara, una certa applicazione pratica; l’astrattezza, al contrario, è un esercizio sterile e fine a sé stesso, che invece di astenersi momentaneamente dal misurarsi sul terreno della realtà, individuale o collettiva, vi si sottrae all’infinito. Per indole, più che per scelta.

Noi, a torto o a ragione, siamo convinti di muoverci appunto nel campo della teoria, per quanto riguarda l’analisi dei processi sui quali non abbiamo il potere di intervenire, operando viceversa in maniera pratica in tutti gli ambiti che rientrano nella nostra sfera decisionale. Da quella organizzativa del Ribelle, che di fatto è una cooperativa e che è agli antipodi di qualsiasi impresa commerciale, a quella personale/esistenziale, in cui siamo ugualmente lontani dai modelli prevalenti.

Tutto questo – ed è bene precisarlo – non discende da una faticosa, disciplinata, rigida affermazione di dogmi e comandamenti, ancorché laici, ma semplicemente dalla nostra natura, che certo abbiamo dovuto riconquistare, e ripulire, per liberarla dai condizionamenti subiti in passato, ma che a poco a poco è tornata a sgorgare spontaneamente. E, quasi sempre, in maniera copiosa.

 

Stando così le cose, la quadratura del cerchio ci sembra a portata di mano. Nell’ordine: si studia il mondo esterno, ed estraneo, per afferrarne le caratteristiche e svelarne le macchinazioni; si diffondono i risultati di queste ricerche, affinché altre persone li possano condividere – e magari arricchire; ci si comporta, non appena sia possibile, come lo si farebbe in un mondo diverso e, quindi, già rimodellato dalla rivoluzione che auspichiamo.

Inoltre, e questo segna la differenza determinante rispetto a qualunque genere di “riserva indiana” (che è tanto più pericolosa quanto più non è percepita come tale), non ci si accontenta, né tantomeno ci si compiace vanitosamente, di quanto si è già acquisito, ma semmai se ne ricavano maggior slancio e determinazione. Con la serietà dovuta, quando è dovuta, ma con il sorriso, la gioia, il godimento, quasi la spensieratezza, quando ci è dato di accenderli a cuor leggero.

E visto che sempre Ugo Lorenzi ha citato “Il Signore degli Anelli”, chiudiamo ricordando che quella splendida epopea – che si comprende assai meglio leggendo le pagine di Tolkien che non vedendo il pur ottimo film di Peter Jackson – contrapponeva l’oscurità del male alla limpidezza del bene. Non solo, però, in una chiave alta che potremmo definire spirituale e addirittura esoterica, bensì anche in una dimensione, una risonanza, un habitat, intimamente legati al quotidiano. I piccoli Hobbit fanno volentieri sei pasti al giorno, ogni volta che possono, e cantano volentieri anche insieme a dei perfetti sconosciuti; ma persino Gandalf, il temibile “stregone” che sa essere severo come pochi e che lo è innanzitutto con sé stesso, è lieto di potersi rilassare e divertire in compagnia dei suoi amici: anelli di fumo senza pari, fuochi artificiali meravigliosi, o semplici occhiate benevole che scaldano il cuore.

Federico Zamboni  

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Squinzi ci vede bene. Il disegno è chiaro