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Telecom: la finanza spadroneggia

Una società straniera super indebitata, come la spagnola Telefonica, sta per mettere le sue voraci mani su una società italiana altrettanto super indebitata, come Telecom.

Una svolta annunciata già nel 2007 quando la holding finanziaria Telco acquistò il pacchetto di controllo di Telecom che adesso, dopo varie vicissitudini, è pari al 22,44% del capitale sociale della società di telecomunicazioni. Una svolta annunciata sia perché il patto di sindacato su Telco scade il 28 settembre prossimo, sia perché i soci di Telco, inizialmente c'erano anche i Benetton, oltre a Telefonica sono tre soggetti finanziari che non avevano, né tanto meno hanno oggi, interessi industriali diretti nel settore delle telecomunicazioni.

In Telco, Telefonica detiene il 46,18% delle azioni, le Assicurazioni Generali il 30,58%, Intesa San Paolo e Mediobanca un 11,6% a testa. Il debito che caratterizza Telefonica e Telecom riguarda anche Telco che ha bisogno di essere ricapitalizzata. Gli spagnoli hanno quindi proposto ai soci italiani di sottoscrivere, soltanto loro, un aumento di capitale tale da permettergli di aumentare la loro quota in Telco al 65%, riservandosi successivamente di aumentare la propria quota al 70%. Con quel 22,44% “ufficiale” e con le altre azioni comprate in Borsa a due euro, Telefonica diverrà praticamente senza colpo ferire padrona di Telecom.

Il gruppo telefonico italiano è infatti una società con un azionariato diffuso in cui la quasi totalità dei piccoli soci si disinteressa della gestione e si preoccupa soltanto di ottenere ogni anno un adeguato dividendo che giustifichi il capitale investito. Un dividendo che è andato progressivamente diminuendo nel corso degli anni in conseguenza dell'abnorme debito che pesa su Telecom fin dai tempi della scellerata Opa, offerta pubblica di acquisto, lanciata dalla Olivetti di Colaninno nel 1998, con la regia di Mediobanca, e della quale ci siamo occupati in un articolo precedente. Restiamo quindi alle cifre odierne. Il debito di Telecom a fine 2012 era pari a 28,3 miliardi di euro. Sempre meno dei quasi 100 mila miliardi di lire del 1998, frutto dell'Opa. Ma considerato che i ricavi nel 2012 sono stati appena 29,5 miliardi di euro, non ci vuole molto a capire che siamo di fronte ad una società che, in un Paese “sano”, sarebbe stata lasciata fallire. Questo non era però possibile con tre azionisti “finanziari” di quello spessore che impersonificano in Italia il potere reale. A sua volta Telefonica non se la passa meglio. Il gruppo guidato da Cesar Alierta nel 2012 ha registrato un fatturato di 60 miliardi di euro e debiti per 50 miliardi, cifra più, cifra meno. Infine Telco. La holding, il cui unico scopo è controllare Telecom, ha un debito di 2,8 miliardi. Di questi 1,1 miliardi verso le banche e altri 0,7 miliardi che riguardano un prestito obbligazionario.

Siamo di fronte ad una partita a tre, anzi a sei contando anche i tre azionisti finanziari di Telco, nella quale una holding con azionisti bancari ha acceso debiti finanziari con soggetti bancari per restare in possesso di una partecipazione finanziaria. A nessuno può sfuggire l'assurdità di una simile situazione. Il tutto viene aggravato dal fatto che è in corso una partita che si gioca utilizzando le partecipazioni azionarie a cascata e i soliti trucchetti contabili, tra valori di mercato e di carico delle azioni, minusvalenze e plusvalenze, nei quali gli esponenti dei cosiddetti “salotti buoni” sono maestri.

Giochetti che, oggi come in passato, permettono di mantenere il controllo di una società scucendo pochi euro.

 

È il capitalismo in stile Mediobanca, il capitalismo senza capitali, il capitalismo dove le azioni non si contano ma si pesano, il capitalismo dove i piccoli azionisti non contano nulla e sono un “parco buoi” da avviare sempre e comunque al macello.

Per gli spagnoli si tratta comunque di mettere le mani sul ricco mercato italiano anche se la quota di Telecom negli ultimi anni è sensibilmente calata a tutto favore di gruppi come Vodafone e Wind nel settore dei cellulari. Resta il fatto che se Telefonica, come è ormai scontato, metterà le mani su Telecom, questo significherà per l'ex monopolista pubblico italiano l'ulteriore riduzione da gruppo internazionale e multinazionale a società operante esclusivamente sullo scenario europeo. Le autorità antitrust di Argentina e Brasile obbligheranno infatti Telefonica a vendere le consociate di Telecom in America Latina che sono concorrenti degli spagnoli e che contribuiscono in maniera sensibile al suo fatturato totale. Una brutta fine per un gruppo che un tempo, prima dell'Opa del 1998, nonostante tutto, era una società sana, con un fatturato gigantesco, poco indebitata ed operante in buona parte dei mercati internazionali.

C'è poi da tenere conto che quest'anno Telecom e Telefonica stanno registrando un peggioramento sia dell'indebitamento che del fatturato. Del resto, come potrebbe essere diversamente con la recessione in corso e con lo sfascio delle economie italiana e spagnola? Un altro pezzo di Italia che se ne va e finisce sotto controllo straniero e non ha senso, come hanno sostenuto taluni osservatori fautori del Libero Mercato, sostenere che la proprietà e il controllo da parte di soggetti nazionali non garantiscono gli utenti e i consumatori italiani.

Telefonica non garantisce nulla proprio perché è indebitata massicciamente. Come lo erano i vari Colaninno, Tronchetti Provera e Benetton ed infine Telco che in questo quindicennio hanno gestito malissimo la società e dalla quale hanno lucrato non pochi guadagni, sia come dividendi che come attività patrimoniali sulle quali hanno banchettato. Sì, perché Telecom, per permettere ai suoi azionisti di riferimento di mangiarci sopra, è stata progressivamente spolpata delle sue partecipazioni azionarie e del suo patrimonio immobiliare. La svolta in atto non è altro quindi che una tappa dello sfascio in atto da 15 anni. Uno sfascio che i politici di governo hanno avallato e favorito per i loro interessi di bottega senza che nessuno gliene chiedesse conto. 

Irene Sabeni

Podcast C'è Qualcuno lì fuori? del 24/09/2013

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