All in Ore Diciotto

“S'intende per calamità naturale o catastrofe l'insorgere di situazioni che comportino grave danno o pericolo di grave danno alla incolumità delle persone e ai beni e che per la loro natura o estensione debbano essere fronteggiate con interventi tecnici straordinari.” (art. 1 legge 8 dicembre 1970 n. 996)


Succede continuamente: appena il maltempo mette in crisi un determinato territorio, da parte degli amministratori locali scatta la richiesta di riconoscimento dello “stato di calamità naturale”. In soldoni, è il caso di dirlo, significa che viene chiesto alle autorità competenti di prendere atto della situazione e di allargare i cordoni della borsa, erogando dei contributi straordinari a copertura dei danni che si sono determinati.

di Federico Zamboni

Sembrava uno sketch, all’inizio. La scenetta del soldatino che per errore viene scambiato per un generale, o del servo che viene scambiato per il padrone, e dopo l’iniziale incredulità ci prende gusto e si rifiuta di tornare al suo posto.  Nel caso specifico l’ambientazione era insolita. Con un parlamentare praticamente sconosciuto, uno dei cosiddetti, numerosissimi peones che affollano Montecitorio e Palazzo Madama, che per un machiavellismo della maggioranza viene nominato alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai. Ricordate? Riccardo Villari, senatore campano del Pd, giovedì 13 novembre viene votato a sorpresa dal centrodestra e immediatamente ricusato dal suo stesso partito, che lo invita a dimettersi immediatamente. Sulle prime lui sembra perfettamente allineato ai voleri dei leader (nelle ore immediatamente successive i siti della grande stampa annunciano che Villari “ha chiamato il leader del Partito democratico Walter Veltroni per assicurargli che si dimetterà da presidente della Vigilanza”) ma subito dopo comincia a prendere tempo e, guardandosi bene dal

di Federico Zamboni

La notizia, in prima pagina sui quotidiani di oggi, è che l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhan, è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario. Mentre altri cinque dirigenti della multinazionale verranno processati per omicidio colposo. 

Secondo gli inquirenti, dunque, la strage del 6 dicembre 2007, in cui morirono bruciati ben sette operai, non fu dovuta a una tragica fatalità ma a responsabilità precise. I manager dell’azienda omisero deliberatamente quei controlli sugli impianti e sulle misure di sicurezza che avrebbero potuto evitare l’incidente o limitarne gli effetti. Potendo ragionevolmente prevedere le conseguenze di quelle omissioni, per la Procura di Torino essi non hanno alcuna giustificazione: la loro condotta ha influito sugli eventi in modo determinante. I sette operai sono morti. Loro, i sei dirigenti della ThissenKrupp, ne devono rispondere in giudizio. 

 di Federico Zamboni

Ma sì, aggiungiamoci pure questa. Più di sette anni di attesa – dalla delirante notte del luglio 2001 in cui le (cosiddette) forze dell’ordine presero letteralmente d’assalto la Diaz di Genova e si accanirono in ogni modo contro i giovani anti G8 che vi si erano ritirati a passare la notte – per avere questa sentenza tutt’altro che esemplare. O esemplare a rovescio: esemplare nel dimostrare, nel confermare, che in Italia le vicende più oscure non trovano praticamente mai una lettura chiarificatrice nelle aule di tribunale. Appunto: il processo di primo grado sulle violenze alla Diaz si chiude senza nessunissimo condannato tra gli imputati di grado più elevato, e con condanne miti, ridotte quasi a zero dai provvidenziali sconti dell’indulto, per i funzionari di secondo piano e per un plotoncino di sottoposti.