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I profeti di sventura alla Gasparri sono serviti: nessuna violenza e i cittadini che solidarizzano coi manifestanti. Forse, l’inizio di una nuova stagione di mobilitazione popolare

di Ferdinando Menconi 

È andata male agli untorelli della violenza, e col termine che Berlinguer impiegò per irridere i giovani del movimento ’77 non vogliamo indicare gli studenti, ma tutti quelli che, dai banchi parlamentari e di governo, speravano in violenti scontri di piazza: questa volta sono stati loro ad essere sbeffeggiati dalla prova di maturità dagli studenti.

Per ora la battaglia si ferma a un piano simbolico: il Potere si chiude in se stesso, mentre i cittadini riempiono le piazze. Il simbolo, appunto, di una distanza incolmabile

di Alessio Mannino

“Lasceremo soli i palazzi della politica”. Questo, mi pare, è il messaggio-chiave che le voci ufficiali della protesta studentesca hanno voluto lanciare alla vigilia della giornata campale di oggi. Distanza calcolata dalla “zona rossa” romana, manifestazioni creative e spiazzanti, promessa di una rigorosa condotta pacifica e un pizzico di misteriosa riservatezza per tenere alta l’attenzione, ma il tutto col preciso scopo di smentire i gasparreschi strepiti repressivi e rovesciare l’immagine di facinorosi che giocano alla battaglia contro gli “sbirri” (una contrapposizione che piace tanto al Potere: un problema sociale, generazionale ed esistenziale ridotto all’assalto dei barbari contro le mura del consesso civile).

Vietato illudersi: non saranno i tumulti occasionali a mettere il sistema con le spalle al muro. A un’oppressione “scientifica” bisogna contrapporre una ribellione altrettanto lucida e consapevole 

di Alessio Mannino

Nelle pseudo-democrazie come la nostra, la violenza è un tabù. È vietato non solo praticarla, perché rompe il quadretto falso e idilliaco del “migliore dei mondi possibili”, ma perfino provare a comprenderla. Di qui il coro compatto e idiota che da destra a sinistra ha marchiato i manifestanti che martedì 14 dicembre hanno messo a ferro e fuoco Roma come una canaglia di teppisti. 100 mila fra studenti armati di libri (i “Black Books”), di precari dell’università, di operai, di comitati sparsi per il paese, di sindacati, di partiti e di associazioni sono stati fatti scomparire dalla cronache per far posto all’allarme per i famigerati Blocchi Neri (“Black Bloc”), gli antagonisti di estrema sinistra, i centri sociali. 

Nuove e violente manifestazioni di piazza in Grecia. Come recitava uno striscione: «Non possiamo sopportare oltre». E forse si inizia a capire davvero contro chi si sta lottando 

di Marco Giorgerini

Il parlamento greco ha approvato tre giorni fa la riduzione dei salari del pubblico impiego, e ieri Atene era in fiamme. La quiete è durata non più di ventiquattrore, ammesso che si possa parlare di quiete. Già da mesi i giorni di apparente distensione non sono altro che preludi a nuove proteste: quello che ha avuto luogo ieri è stato il settimo sciopero generale dall'inizio dell'anno.

L'ultimo di una certa consistenza risale al 2 dicembre, quando molti scesero in piazza contro i tagli del 12 per cento agli stipendi del settore privato. In quell'occasione il premier Papandreou ostentò calma e determinazione nel prendere le distanze dai dimostranti, e il ministro dell'Economia si difese col vecchio trucco del male minore: «Meglio ridurre i salari che licenziare».