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Per ora la battaglia si ferma a un piano simbolico: il Potere si chiude in se stesso, mentre i cittadini riempiono le piazze. Il simbolo, appunto, di una distanza incolmabile

di Alessio Mannino

“Lasceremo soli i palazzi della politica”. Questo, mi pare, è il messaggio-chiave che le voci ufficiali della protesta studentesca hanno voluto lanciare alla vigilia della giornata campale di oggi. Distanza calcolata dalla “zona rossa” romana, manifestazioni creative e spiazzanti, promessa di una rigorosa condotta pacifica e un pizzico di misteriosa riservatezza per tenere alta l’attenzione, ma il tutto col preciso scopo di smentire i gasparreschi strepiti repressivi e rovesciare l’immagine di facinorosi che giocano alla battaglia contro gli “sbirri” (una contrapposizione che piace tanto al Potere: un problema sociale, generazionale ed esistenziale ridotto all’assalto dei barbari contro le mura del consesso civile).

L’ex colonnello di An auspica «un nuovo 7 aprile», ovverosia l’arresto preventivo dei fautori delle proteste di piazza. Un’ipotesi grottesca, ma anche pericolosa 

di Ferdinando Menconi 

Gasparri, ovvero l’arroganza ottusa. E se le esibizioni di arroganza non sono una novità per la nostra “lampada stroboscopica bidirezionale”, per definirlo come l’ha disegnato Vauro nell’ultima puntata di Annozero, quanto a ottusità, nella sua dichiarazione invocante un nuovo “7 Aprile” per i cosiddetti istigatori alla violenza di piazza, ha decisamente superato se stesso.

Questo riferimento, al giorno in cui venne decapitata Autonomia Operaia, nella primavera del 1979, è una dichiarazione irresponsabile che, in un clima già teso, getta benzina sul fuoco: il primo istigatore alla violenza da far tacere dovrebbe essere proprio Gasparri. Se la manifestazione del 22 degenererà, se gli spettri degli anni 70, insensatamente evocati da Gasparri, prenderanno corpo, e ci scapperà qualcosa di più di qualche auto bruciata, le responsabilità saranno da addossare a lui prima che alla gente che vorrebbe far arrestare.