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venerdì
feb032012

POSTO FISSO: IL SISTEMA È FALLITO - SIMONE PEROTTI

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Buomgiorno.

Il sistema non è fallito, non ancora. Non mi pare che l'occidente stia implodendo come l'Urss post '89. Sta cambiando la distribuzione della ricchezza. Se il lavoro viene flessibilizzato - cosa che è una scelta e non un evento naturale irreversibile, come pare trasparire dalle parole dell'egregio Perotti - il capitale ha tutto da guadagarci, e infatti nel periodo protocapitalista era così, e certe caratteristiche si erano mantenute fino a qualche decennio fa: si rilegga la 'Condizione Operaia' di Simon Weil.

Questi toni apocalittici mi sembrano un po' esagerati. Il capitale vuole riprendersi quei margini di profitto che aveva lasciato alle classi subalterne a partire dalla fine dell'Ottocento. In certi momenti, penso che questa 'crisi' che nessuno vuole risolvere, serva soprattutto a questo. La diseguaglianza dei redditi e delle ricchezze sta tornando a levello degli anni '30. Questo sta succedendo, e l'eliminazione del posto fisso è un viatico perchè ciò avvenga. Sono d'accordo sulla necessità di ridurre gli sprechi, ma vorrei anche sottolineare che la nostra è una società che si fonda sulla produzione e il consumo incessante, e che in essa il superfluo è la cosa più necessaria: milioni di persone rimarrebbero senza lavoro se non ci fosse il superfluo. Che fine farebbero? Il lavoro, anche se flessibilizzato, richiede che ci sia appunto un'attività da svolgere. Personalmente, non apprezzo fatto questo struttura, ma il mio gusto personale non vale nulla contro i dati di fatto, e bisogna anche rendersi conto del significato reale di ciò che si auspica. La responsabilità è il primo dovere di chi propone nuove forme di comportamento pubblico.

I contadini autoproducevano quasi tutto, ma erano, appunto, contadini, in un'economia fondata sull'agricoltura , dove non esisteva disoccupazione, ma ciò presuppone una società (si pensi alla diversa struttura della famiglia) completamente diversa, e non si può transitare da una struttura sociale a) a una struttura sociale b) come nulla fosse, nè ciò può esser demandato al singolo, la cui buona volontà è senza dubbio importante, ma tale buona volontà rischia solo di ridursi ad autogratificazione personale o condivisa con sodali, se non diviene coscienza politica diffusa. E ciò non lo regala il cielo, nè è sufficiente il pur lodevole lo sdegno morale, ma è necessario l'impegno civile.

Inoltre, la flessibilizzazione del lavoro ha anche effetti devastanti sul piano individuale e sociale (si veda 'L'uomo flessibile di Richard Sennet), un piccolo classico; in sintesi essa si basa sull'atomizzazione della società, considera i singoli come meri fattori produttivi, e li rende quasi monadi intrinsecamente autistiche, senza storia, senza passato, senza un futuro programmabile (quando cavolo mi sposo, se non posso comprarmi una casa? Quando metto al mondo dei figli?). Il lavoro flessibile distrugge una società. Rende la stragrande maggioranza un polverio in continua agitazione che può esser plasmato dai pochi che il posto fisso ce l'hanno, ai vertici.

Starei molto attento, quindi, a parlare di irreversibilità della fine del posto fisso. Anche perchè non mi pare che a ciò segua una rotazione dei compiti (che dovrebbe ovviamente essere immediatamente correlata alla mancanza di posti fissi). Ovvero, un mese io faccio il pizzaiolo e tu l'amministratore delegato (e, dagli ultimi eventi, pare proprio che ci voglia più professionalità per fare il primo piuttosto che il secondo), il mese dopo invertiamo, altrimenti dovrei ritenere che, sotto il luminescente sfarfallio delle miriadi di possibilità offerte dalla flessibilità, ci sia un'amara realtà: che anche il precariato sia un posto fisso, perchè, in effetti, essere precario a vita non è un posto fisso?

Si potrà dire: ma a) ha studiato da pizzaiolo, e b) da amministratore delegato. Tutti hanno studiato per qualcosa, no? E , allora, a che serve studiare se poi non si fa quel per cui si ha studiato, cioè se non si ha un posto fisso.O vogliamo improvvisare un chirurgo? Oppure, vogliamo che un chirurgo cambi ospedale ogni tot anni, incasinando organigrammi, equipe e piani di lavoro? la flessibilizzazione esclude specializzazione, piani industriali, incentivazione alla ricerca. Siamo sinceri, la flessibilizzazione riguarda paesi di seri b dove si svolgono per lo più mansioni ripetitive e abasso tasso cognitivo; nei paesi di seria a concerne la parte sfruttata della popolazione. Non basta più l'esercito industriale di riserva, ora il singolo stesso deve avere una parte sempre di riserva: deve sapere che in ogni singolo istante si deve guadagnare la conferma. Una parte di lui sarà sempre disoccupata e quindi sottomessa. Non sarà proprietario nemmeno più di un lavoro anche umile, ma che sia suo. Manco quello.

Non sarà più proprietario di sè stesso, ma del capitale. Un modo subdolo di ripristinare la schiavitù. Infatti, come argomentava Schopenauer, a dir poco d'orientamento conservatore. "Che differenza c'è tra possedere un uomo e possedere i suoi mezzi di sostentamento?". Nessuna si rispondeva, ed aveva ragione.

Saluti.

sabato, febbraio 4, 2012 | Unregistered Commenterbruno di prisco

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