Tiriamo le somme
A metà del terzo mese di crisi della finanza internazionale, riepiloghiamo ciò che è accaduto finora. Perché gli aggiornamenti quotidiani li seguono tutti, chi più e chi meno, ma nella girandola di parole e di numeri scodellati da telegiornali e quotidiani non è facilissimo tenere il conto di quello che è accaduto via via. A proposito. Magari lo sanno tutti ma è meglio ricordarlo: se oggi il listino scende del 10% e domani sale della stessa identica percentuale, il saldo non è zero. Il saldo è negativo. Perché è cambiato il valore di partenza. Il 10 per cento di mille è cento. Il 10 per cento di novecento è solo 90.
Così, tra uno sprofondamento e una risalita, la situazione è ben lungi dall’essere solo altalenante. Non sono le montagne russe, che una volta vai giù e subito dopo risali (e dopo un po’ ti fermi). Quella delle Borse è una corsa verso il precipizio, una sorta di caduta libera che di tanto in tanto è interrotta, per un momento, da una sporadica impennata. Ma che poi ricomincia. Nel continuo succedersi di crolli clamorosi e di improvvise euforie, il bilancio di quest’ultimo periodo non è solo negativo. È pressoché disastroso.
Per rimanere in Italia, l’indice Mibtel di Piazza Affari è sceso dal 22.218 di lunedì 2 settembre al 16.197 di ieri, 11 novembre. Significa, in meno di tre mesi, una perdita complessiva del 27%. Che si è determinata nonostante i massicci e reiterati interventi dei governi economici, alias le banche centrali, e di quelli politici: né le continue immissioni di liquidità, né i piani di salvataggio a lungo termine, sono bastati a fermare la debacle dei listini. Adesso si profila un ulteriore taglio dei tassi da parte della Bce, che però non sarà certo la soluzione di tutti i problemi.
Quanto agli altri fattori che influiscono sull’atteggiamento degli operatori – di cui è nota l’ipersensibilità alle più diverse circostanze, non solo economiche ma anche politiche, non solo interne ma anche estere, e addirittura planetarie – l’attesissima elezione di Obama a 44esimo presidente degli Usa non ha prodotto nessun miglioramento significativo. E men che meno una stabile inversione di tendenza: l’ottimismo degli slogan elettorali non ha dissipato il pessimismo delle quotazioni in picchiata. Evidentemente, illudere l’americano medio che tutto è possibile (“Yes, We Can”) è di gran lunga più facile che convincere gli speculatori di lungo corso.
Federico Zamboni







